Giorgio Galli, saggista, storico e tra i maggiori politologi italiani, ha insegnato Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Milano ed è stato consulente della Commissione stragi negli anni 1994-95. Al lavoro di studio e ricerca ha affiancato anche un’intensa attività di commentatore giornalistico. Il suo ultimo libro “La democrazia e il pensiero militare” (Libreria Editrice Goriziana) si pone nel solco di una lunga tradizione, forse tra le più importanti del pensiero sociologico.
Infatti, il rapporto tra “socialità militare” e “socialità industriale” è il nodo gordiano attorno a cui Domenico Fisichella, nel suo “Il potere nella società industriale”, e, prima di lui, Saint-Simon, Comte e anche Durkheim, hanno costruito la propria analisi sulle dinamiche che hanno segnato l’avvento del mondo moderno e, ancor più, di quello post moderno, riuscendo a individuare un fenomeno relativamente regolare: più cresce la socialità industriale più declina la socialità militare. Nel mondo che raggiunge certi livelli di produzione e certe caratteristiche della produzione, infatti, declinano sensibilmente le classi dirigenti a carattere militare, come quelle proprie del feudalesimo. Oggi le élite sono prevalentemente economiche e fondate sulla “logica di mercato”, impregnate più di cultura aziendale che di una mentalità di tipo bellico. Non è un caso se Engels affermava che: «Lo Stato si estingue». Proprio nella sensibile riduzione di influenza delle classi militari, dovuta alla profonda trasformazione della natura del conflitto, delle sue regole e dei suoi protagonisti, egli percepiva la fine dello Stato e della socialità militare, che trova appunto la sua proiezione istituzionale nella forma dello Stato moderno; Stato moderno che nasce proprio come tentativo di organizzare razionalmente l’uso della violenza e della forza, sottraendole sempre più alla sfera del privato. Tutto ciò ha una sua evidenza empirica, ma, allo stesso tempo, durante tutto l’ottocento e il novecento assistiamo a una straordinaria capacità di recupero dello spirito militare.
Recupero che, tuttavia, avviene in forma perversa, attraverso, cioè, le esperienze dell’autoritarismo e del totalitarismo, quindi in una logica che trova la sua piena declinazione nella constatazione di Carl Schmitt: «il XX secolo è il secolo della guerra totale», in linea con quello stesso concetto, tanto caro ad Ernst Jünger, di “mobilitazione totale” che segna la fine della differenza tra fronte e retrovie, tra combattente e civile inerme.
Giorgio Galli parte da un’ipotesi sviluppata in un testo del 1962, divenuto un classico della politologia (“I colonnelli della guerra rivoluzionaria”), ossia che i successi del sistema totalitario sovietico avrebbero potuto favorire svolte autoritarie nelle democrazie rappresentative occidentali anche per il ruolo che vi avrebbero potuto esercitare le élite militari formatesi nello scontro di decolonizzazione seguito alla II Guerra mondiale.
Oggi l’Occidente è in guerra in Afghanistan e in Iraq, e non si intravede ancora una soluzione politica né militare. Ci sono guerre in Darfur, in Somalia, in Etiopia; c’è uno stato di guerra in varie zone dell’Asia centrale; e una corsa mondiale agli armamenti sta succhiando risorse immense, molte volte maggiori di quelle del grande riarmo che avvenne negli anni ’30, prima della seconda guerra mondiale. Mai viste tante guerre e conflitti da quando è in vigore il libero commercio mondiale, che avrebbe invece dovuto renderli - se non impossibili - per nulla convenienti.
Anzi, proprio la globalizzazione, sospinta dall’avanzamento tecnologico (che a sua volta viene dalla stessa alimentato), cambia radicalmente le carte in tavola e aggiunge nuove dimensioni alla logica del conflitto: agli aspetti prettamente militari, come già detto, ne vanno “sovrapposti” altri che - sempre in tempo reale e in forma globale - sono anch’essi diventati sostanzialmente atti di guerra: la pirateria informatica, l’uso di strumenti finanziari per distruggere l’economia di un Paese, la manipolazione della opinione pubblica. In questo senso, oggi, non esiste più un campo di cui la guerra non possa servirsi, e non vi è quasi alcun ambito che non abbia fatto proprio il modello offensivo della guerra; il terreno di scontro, nelle “nuove guerre”, è ovunque.
Quindi, come ci fa notare Galli, con la fine del totalitarismo comunista non si è esaurito il modello statuale autoritario, prevalente nel mondo multipolare, dagli Usa alla Russia, dalla Cina all’India, sicché - rileva l’autore - i criteri politologici di mezzo secolo fa resistono dopo il crollo sovietico, pur non sussistendo il rischio di reali derive autoritarie nell’Occidente vincitore della Guerra Fredda.
Mutamenti, dunque, ma anche continuità: l’elemento di continuità è la relazione fra la democrazia occidentale, che non si è estesa, e altre aree culturali in cui rimane determinante il potere militare: il mondo islamico, coi rapporti tra pensiero militare e fondamentalismo, e quello latino-americano, con l’esponenziale crescita del populismo.
In qualche modo, per le democrazie moderne il problema è quello di riuscire a combattere guerre non convenzionali, dove la logica della rappresaglia, il doppio-gioco, la corruzione e le violenze sulle popolazioni inermi sono all’ordine del giorno: le ferite della battaglia di Algeri ancora bruciano nella coscienza nazionale francese, così come la sconfitta americana in Vietnam è stata segnata anche dal cedimento dell’opinione pubblica interna di fronte all’escalation della violenza.
Quando, tra il 2000 e il 2001, con un’intervista rilasciata a Le Monde, il generale in congedo Paul Aussaresses decise di rompere il silenzio e di esporsi in prima persona, rivelando i brutali metodi repressivi impiegati dall’esercito francese (e dei quali egli fu uno degli esecutori), nella lotta ai “ribelli” del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln), la Francia fu investita da una forte ondata emotiva e i vertici militari ne furono sensibilmente allarmati.
Il suo volume di ricordi sull’esperienza nella guerra d’Algeria - “La battaglia di Algeri dei servizi segreti francesi” (Leg) - è stato pubblicato in Italia proprio con un’acuta prefazione di Giorgio Galli, che osserva come «mentre è in corso (oltre che in Afghanistan) la guerra in Iraq (...) viene proposto il paragone tra Algeri e Baghdad». Kissinger aveva suggerito a Bush di studiare la guerra d’Algeria
Ecco che, come per l’azione repressiva in Algeria, si ripropone in questo primo scorcio di secolo la questione dell’impiego di metodi coercitivi violenti, della tortura, insomma («botte, acqua, elettricità, pentotal») contro il nemico, il ribelle - o ritenuto tale - o, in tempi recenti, nell’attività controterroristica.
Per inciso, nel libro di Aussaresses, fra le righe di una prosa netta ed essenziale, forte di incisivi e serrati dialoghi, e venata di un crudo jargon che si combina con una consumata efficacia letteraria, rimane nondimeno leggibile il forse irrisolto, straniato travaglio del viaggio nella tenebra di un Monsieur Kurtz che non ricerca ambigue redenzioni.
Comunque, sull’altra faccia dello specchio si riflette il fatto che l’aumento della violenza nel fronte interno e l’esplosione delle contraddizioni dei regimi democratici - che, per definizione, si basano sulla sintesi non conflittuale di istanze diverse - costituiscono uno degli obiettivi fondamentali di qualsiasi strategia della tensione.
A proposito va ricordato il magistrale film “Siege” (1998), tradotto da noi con Attacco al potere, di Edward Zwick, con il suo leit motiv «questa è una guerra che vince il più fedele», in cui si ricostruisce in modo abbastanza fedele l’esito di una campagna terroristica generalizzata condotta da un gruppo sovversivo islamico contro una società multirazziale come quella degli Stati Uniti.
Asimmetrica, umanitaria, preventiva, psicologica: nell’epoca della globalizzazione i nomi per descrivere la guerra si sono moltiplicati, adattandosi alla crescente complessità delle situazioni. Nella nuova guerra mondiale non ci sono eserciti che si fronteggiano, ma più spesso attacchi terroristici, attentati suicidi, utilizzo della guerriglia, manipolazioni dell’informazione, operazioni al di fuori dell’etica, di ogni limite territoriale e talvolta anche del diritto internazionale.
Nel delineare tramite alcune delle sue voci più autorevoli un quadro del pensiero militare italiano, Galli evidenzia l’approccio moderno rispetto a problematiche globali (il nesso fra guerriglia e terrorismo, la «gestione della paura» dopo l’11 settembre, la presenza italiana nei conflitti più recenti), indicando a un tempo l’esigenza di un recupero culturale delle forze armate, «mezzi indispensabili per qualsiasi pace possibile».
Se, in conclusione, il pensiero anglosassone ipotizza un futuro di accresciuta conflittualità a causa delle trasformazioni ambientali e climatiche e dello sfruttamento delle risorse limitate, può prefigurarsi in crescita anche il ruolo della forza (e quindi quello dei militari); ma se il pensiero militare si affina, ne apparirà in ascesa anche la capacità di affrontare e risolvere i problemi.
In altri suoi lavori Galli ha dato vita anche a un’ampia e originale esplorazione dei versanti occulti ed esoterici della storia occidentale (“Le componenti esoteriche del Reich millenario”, “Appunti sulla New Age”, “La magia e il potere. L’esoterismo nella politica occidentale”). Queste intuizioni possono essere ulteriormente sviluppate investigando la presenza di influssi new age ed esoterici nell’esercito Usa.
A tal proposito va ricordato “Warrior ethos”, un programma di ricerca e sviluppo dell’esercito americano volto alla riscoperta della dimensione non solo violenta, ma anche sacrificale e idealista del “mestiere delle armi”: questo programma è una reazione all’ideologia degli “zero morti”, che tende a separare il soldato dal combattimento (trasformandolo di fatto in un burocrate militare), in particolare con grandi investimenti in tecnologia: se la polis non è protetta dai suoi propri guerrieri è condannata a cadere sotto le astuzie e i colpi dei guerrieri barbari (www.army.mil/warriorethos).
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