Il mercato e la guerra
E' In primo luogo sul petrolio che gravano le incognite più pesanti. E ciò non tanto per la cosiddetta questione del “peak oil”, cioè della disponibilità delle risorse; dato che le nuove possibilità di sfruttare nuove zone rese accessibili dalla distruzione dell’ambiente artico e dai progressi della ricerca sottomarina in acque ultraprofonde. Ma perché, essendo quello del petrolio l’unico grande mercato veramente “mondializzato”, su di esso si riflette negativamente la fine del ventennio in cui i conflitti politici internazionali sembravano essersi dissolti nella globalizzazione.
Di recente, al contrario, sono diventati fortemente “politici” i prezzi, l’accesso e la produzione di tutti gli idrocarburi, anche perché in Europa al prezzo del petrolio è agganciato anche quello del gas. E nel secondo mandato della Amministrazione Bush il petrolio ha attraversato una lunga fase in cui – sganciatosi quasi completamente dal rapporto tra offerta e domanda – i suoi alti e bassi hanno seguito l’oscillare del grado di probabilità di una guerra contro l’Iran.
Ciò è stato dovuto ad un semplice fattore geo-economico. Un attacco all’Iran potrebbe portare ad una estensione del conflitto anche a paesi di capitale importanza per la produzione di greggio, come l’Arabia Saudita o gli Emirati. Oppure, più semplicemente, un Iran in guerra potrebbe facilmente far affondare delle navi nello stretto di Ormuz, bloccandolo ed impedendo l’accesso alle rotte internazionali di circa il 40 di tutto il petrolio oggi normalmente disponibile. E questo è solo l’aspetto più evidente delle conseguenze che può avere sulla risorsa petrolio la disorganizzazione del sistema globale oggi in atto.
Questa disorganizzazione, e le incertezze che ne conseguono sul mercato del petrolio favoriscono ovviamente le altre fonti di energia, a cominciare dal carbone, di cui esistono nel mondo une quarantina di possibili grandi fonti di approvvigionamento. Il carbone però presenta la grave controindicazione di essere circa tre volte più dannoso del petrolio ai fini del riscaldamento del pianeta. E non basterà certo ribattezzarlo “carbone pulito” perché esso cessi di gettare nell’atmosfera anidride carbonica, polveri e tutte le altre sostanze chimiche che vi si trovano.
Per quanto riguarda le altre fonti alternative - l’eolico e il solare –, esse non sembrano per ora in grado di fornire quantitativi significativi di energia. Resta appunto l’atomo, che presenta un’altra caratteristica che può favorirlo nel caso in cui, come conseguenza della crisi globale, tornassero a prevalere – negli orientamenti politici di governi e popolazioni – tendenze protezionistiche ed all’autosufficienza, come quelle che furono all’origine del Trattato Euratom, e della politica energetica che ha dato alla Francia ben 58 centrali,
La caduta del tabu contro l’atomo non significa, naturalmente, che a distanza di 20 anni dal referendum con cui la grande maggioranza degli italiani si pronunciò per l’abbandono di questa tecnologia, non abbiano più ragione di sussistere i timori che provocarono quella decisione, né che siano diminuite le ragioni per essere prudenti. Al contrario, il cosiddetto “principio di precauzione” appare più fondato che mai, e non solo in campo atomico. Persino in Francia, terra d’incontrastato dominio dei sostenitori di questa fonte d’energia, e dove le tecnologie sono le più avanzate del mondo, si deve registrare una forte allarme per un fenomeno geologico imprevisto che sta mettendo in pericolo il Centre de la Manche, uno dei maggiori e più antichi depositi sotterranei di scorie radioattive.
In generale, le misure di protezione e garanzie di sicurezza considerate indispensabili non hanno cessato di diventare di anno in anno più severe, ed hanno complicato la costruzione delle centrali atomiche rispetto ai passato, accrescendone il costo e allungandone di molto i tempi. Sicché tornare oggi all’atomo non consentirebbe più di ripetere il vero e proprio exploit del CNEN, quando l’Italia si era dotata, nel breve giro di dieci anni, tra il 1952 e il 1962, del terzo parco elettro-nucleare al mondo.
Tra pericolo e danno
Ma d’altro canto, è ancor fortemente aumentata la presa di coscienza dei danni che le centrali tradizionali, cioè quelle a combustibili fossili, come il petrolio, il carbone e il gas naturale, recano all’ambiente, azzerando la credibilità di tutti quei ben pagati lobbysti che per anni hanno sparso notizie false e tranquillizzanti sull’effetto serra, le cui conseguenze sono ormai innegabili e, ahimé, irreversibili. E poi si incomincia a far strada – tra coloro che sono chiamati a prendere le decisioni in questa materia – la consapevolezza della fondamentale differenza che c’è, sotto il profilo ambientale, tra le centrali termiche e quelle atomiche. Si incomincia cioè a capire che, se quest’ultime sono “pericolose” – possono cioè provocare conseguenze gravissime in caso di incidente – le centrali tradizionali sono puramente e semplicemente “dannose”. Esse cioè, anche quando non si verificano incidenti, continuano implacabilmente nel loro normale funzionamento a scaricare nell’atmosfera quantitativi non più tollerabili di mortale anidride carbonica.
Si tratta di una differenza fondamentale, dato che anche le scorie sono “pericolose” più che “inquinanti”. Eppure è una differenza di cui sino ad oggi non è stato tenuto alcun conto nel dibattito su energia e ambiente. Infatti, mentre contro i “pericoli” si può cercare di organizzarsi per prevenirli, contro le emissioni delle centrali termiche tradizionali sono state proposte fino ad oggi solo soluzioni fondate più sulla fantasia che sulla tecnica, come il pompaggio sotto terra del CO2, o addirittura la dissoluzione in mare, come se questo non costituisse una parte essenziale – e probabilmente la parte più fragile – dell’ambiente che rende possibile la vita sul pianeta.
La rinnovata attenzione per il nucleare avviene insomma in un clima che da un lato sconta le preoccupazioni economico-produttive per la scarsità delle fonti energetiche, ma dall’altro si incontra con una consapevolezza molto accresciuta delle questioni legate alla salute e alla sopravvivenza, che sono presenti sia per l’energia atomica che per quella fondata sui combustibili fossili.
Le ragioni dell’economia sembrano però marciare su una strada conflittuale rispetto a quelle della società. E ciò non solo per il cosiddetto “effetto Nimby” (not in my backyard), cioè per il rigetto dell’opinione pubblica in generale all’installazione di nuovi impianti, e in particolare per quello delle comunità locali vicine ai siti prescelti. Ma per una reticenza generalizzata a farsi coinvolgere in questa avventura, reticenza che – come vedremo – è assai più profonda di quanto non si possa credere se si prendono in considerazione solo i movimenti “verdi”, che fanno politica attiva. E siccome l’Italia è tra i grandi paesi quello in cui il rigetto dell’opinione pubblica per l’opzione nucleare è stato più radicale, e in cui tale rigetto si è manifestato in maniera più organizzata ed esplicita, e con risultati destinati a prolungarsi indefinitamente nel tempo, non è impossibile che ciò si verifichi ancora.
E’ vero che da più parti si avanza, come argomento a favore della scelta per l’atomo, il fatto che essa è stata invece compiuta da altri paesi europei, e che il paese a noi più vicino e apparentemente simile – la Francia – è anzi quello che l’ha portata più avanti di ogni altro. Ma è un argomento che sarà facile ritorcere. In Francia, infatti, esiste un potere statale forte e centralizzato, in grado di prendere delle decisioni e – dopo una rapidissima consultazione delle autorità locali – di imporle in maniera rapida ed energica ai piccoli centri di potere e alle speculazioni demagogiche che in Italia dispongono invece di un vero e proprio potere di veto.
Si tratta di un’obiezione estremamente valida, e che toglie gran parte della sua forza allo slogan “fare come la Francia”, anche perché – se qualcuno volesse sostenere che sono, quelle dello Stato francese, caratteristiche che lo rendono meno “democratico” di quello italiano, e quindi da rifiutare – sarebbe facile far osservare che stiamo parlando di centrali elettronucleari, cioè di impianti che producono rifiuti che rimangono radioattivi per secoli e secoli. E che lo Stato francese riesce a far accettare la costruzione delle centrali proprio perché ha le caratteristiche di autorità e di continuità nel tempo che sono necessarie per far sperare che questi rifiuti saranno custoditi in condizioni di sicurezza per tutto il futuro prevedibile, cioé nei massimi limiti temporali consentiti alle società umane.
Troppo spesso, in questo clima di rinnovato interesse per l’atomo, si guarda all’esperienza francese dimenticando che le cosiddette “sorelle latine” sono i realtà due paesi diversissimi. Certo, le differenze tra i due paesi dono dovute alla storia passata, mentre nel mondo post-globale i due paesi si trovano ad affrontare problemi analoghi. Ma resta il fatto che, col petrolio ormai condannato alla graduale sostituzione, la Francia può trarre vantaggio da mezzo secolo di azione coerente ed ininterrotta in campo nucleare civile, mentre l’Italia deve ripartire da zero.
Argomento centrale di coloro che propongono un’importazione del “modello elettronucleare” francese nella Penisola, è il fatto che l’Italia è già importatrice di energia elettrica prodotta con l’atomo. E ciò viene presentato come un segno al tempo stesso di ipocrisia e di stupidità: perché – da un lato – si accetta in pratica ciò che in principio si dichiara di rifiutare, e perché – dall’altro – un eventuale incidente grave in Francia non mancherebbe di avere effetti anche in Italia.
Questi argomenti non tengono però conto del fatto che l’Italia non è solo importatrice di energia elettrica dalla Francia ma anche esportatrice. In uno sforzo di satellizzazione tecnico-economica, infatti, i nostri “cugini“ francesi hanno creato una situazione in cui ci vendono energia elettrica nelle ore notturne, quando le centrali atomiche (che non possono ben modulare le quantità prodotte) si trovano – sul mercato interno – di fronte ad una domanda insufficiente. Ma nelle ore di massimo consumo comprano da noi elettricità prodotta con centrali a gas, molto più costose, ma regolabili. Il sistema italo-francese, pur nella asimmetricità dei rapporti tra i due paesi, presenta insomma una sua razionalità.
Il sistema elettronucleare conferisce perciò alla Francia non solo una relativa sicurezza di approvvigionamenti elettrici, ma anche una posizione di predominio nel mercato dell’energia in Europa centro-occidentale, e in una certa misura anche nel Mediterraneo occidentale. Dal suo ben concepito modello traspare infatti un chiaro intento di complementarità oltre che con l’Italia, con paesi che producono elettricità a partire da tecnologie e risorse diverse, come la Germania, la Spagna e i paesi del nord-africa. E al centro di questo sistema “a stella” ci sono le 58 centrali atomiche francesi di prima e seconda generazione, cui stanno per aggiungersi la cinquantanovesima e la sessantesima; centrali di terza generazione con caratteristiche di efficienza e di sicurezza accresciute.
Il modello francese è dunque difficilmente imitabile, anche se la Francia di fatto lo propone al mondo intero, come strategia promozionale della sua industria di produzione di centrali, che è la più avanzata del mondo. E lo è – con buona pace della demagogia trionfante sulla liberalizzazione dei mercati e sulla riduzione del ruolo dello Stato nell’economia – proprio grazie al programma puramente nazionale e alla indistinguibile contiguità che c’è, in Francia, tra attività di ricerca per il nucleare civile e attività di ricerca per l’arma atomica. E per il carattere a totale controllo nazionale in cui viene mantenuto questo settore, con più giustificabile irritazione tedesca, dato che la Siemens ha non poco contribuito ai suoi successi.
Ma il “tutto nucleare” è possibile?...
La politica energetica seguita nel più importante dei paesi con cui l’Italia confina, l’esagono francese, viene spesso etichettata come “tutto nucleare”. In realtà, le cose sono un po’ più complesse. E’ vero che, pur non trascurando le altre tecnologie, in particolare quella idrica, la Francia provvede con l’atomo alla quasi totalità dei propri consumi elettrici. Ma se si prende in considerazione l’insieme dei consumi energetici, questa quota si riduce a meno della metà, e ciò nonostante uno sforzo assai deciso e prolungato per promuovere il trasporto su rotaia sia delle merci che dei passeggeri, e sia all’interno delle regioni urbane che tra di esse.
Ancora una volta, si tratta di una politica assai razionale, dato che i treni non solo usano l’elettricità – cioè una risorsa energetica prodotta in regime di sostanziale autarchia –, ma sono anche più economicamente efficienti dei trasporti su strada sulle tratte interurbane e su quelle suburbane. E si tratta di una strategia che ha portato allo sviluppo del treno a grande velocità, e ad una rete “a stella” di linee ferroviarie tendenti a fare della Francia l’hub dell’Europa occidentale (Inghilterra compresa) per i trasporti su rotaia. Ma una strategia che non si può “trasferire” nella Penisola, anche se per noi è assolutamente indispensabile agganciarci alla “stella” francese, sia pure in posizione periferica, attraverso il non più dilazionabile collegamento Lione-Valle del Po.
Nonostante questa pianificazione del sistema dei trasporti integrata con la politica di autosufficienza elettrica la Francia non è però riuscita a liberarsi dalla dipendenza dal petrolio. Il che mostra quanto sia gigantesca la sfida cui si trovano di fronte tutte le società post-industriali contemporanee. Tanto gigantesca che persino l’operatore più razionale e determinato – la Francia – riesce a soddisfare con l’atomo meno della metà del proprio fabbisogno. E ciò pur avendo praticamente una centrale per ogni milione di abitanti.
Diventa allora facile fare il calcolo di quali sarebbero le conseguenze di un accettazione dell’esperienza francese come modello per altri paesi. Con il criterio francese del tutto nucleare, per soddisfare il 40% dei propri fabbisogni energetici, l’Italia dovrebbe costruire 57 centrali, la Germania più di 60 in aggiunta alle 19 già esistenti, e che invece il governo precedente quello della Signora Merkel aveva deciso di chiudere. La Cina dal canto suo, se volesse raggiungere obiettivi economico-industriali comparabili a quelli dell’Occidente, come sembra intenzionata a fare, dovrebbe costruire circa 1300 centrali contro le 9 (atomiche) attualmente in esercizio.
Pur scontando che molti paesi resteranno sottosviluppati e miserabili, e che quindi consumeranno meno energia elettrica che non i paesi sviluppati, il rapporto di una centrale per milione di abitanti poterebbe al 2050 a un fabbisogno di qualche migliaio di centrali, in ogni caso ad un numero enormemente superiore a quello delle 440 centrali oggi in funzione su tutto il pianeta. Esercizio terrorizzante sarebbe allora calcolare le dimensioni che verrebbe ad avere problema dei residui radioattivi, qualora il “modello francese” dovesse trovare generale accettazione. Ma sarebbe solo un esercizio di scuola, dato che questa imitazione universale della Francia è di fatto impossibile.
…. e a che prezzo?
Per quel che riguarda poi l’Italia, vanno ovviamente tenute in conto le particolari caratteristiche del nostro territorio. Va cioè tenuto presente che l’Esagono francese non soltanto ha una superficie doppia rispetto al nostro paese, ma anche che esso presenta caratteristiche di non-sismicità pressoché uniche al mondo, e comunque del tutto opposte a quelle dell’Italia. Il reperimento di siti adatti ad ospitare una centrale atomica limita perciò automaticamente le possibilità nella Penisola non già ai 20 siti ipotizzati in passato, in un’ipotesi molto ottimistica, ma in una visione più realistica a 4, o addirittura a 2, su cui costruire quattro impianti di circa mille megawatt ciascuno. Non si tratterebbe perciò di “importare” in Italia il modello francese. Al contrario, di trarne la lezione per concludere che la caduta del tabù antinuclearista può forse essere utile, ma non certo sufficiente a risolvere i problemi energetici del nostro paese; che il contributo del nucleare potrà aggirarsi attorno a un 10% dei nostri fabbisogni energetici, ma non molto di più. E quindi che tutta l’eccitazione e l’agitazione sulla “svolta” è piuttosto eccessiva.
Assieme alla rinnovata possibilità di costruire impianti elettronucleari sul territorio della Penisola, va perciò tenuto presente che il rilancio della ricerca tecnologica nel settore dovrebbe, per ripagare i suoi costi, necessariamente passare attraverso un potenziamento delle attività di esportazione di impianti elettro-nucleari, un campo in cui l’Italia era partita abbastanza bene prima che il proprio progetto di centrali entrasse in crisi. Ed infatti, uno degli aspetti che ha preso la riapertura del dossier nucleare in Italia è stato l’interessamento del principale attore nazionale in materia ad impianti e attività di progettazione in altri paesi. L’Enel, anche se uscita massacrata dallo “spezzatino” imposto da pochi interessi privati, ha cominciato a comprare centrali atomiche all’estero ed è riuscita di recente anche a ottenere una presenza nel progetto francese di costruzione di centrali di terza generazione.
Si trattava di passi indispensabili perché l’Italia possa rientrare in qualche modo nel settore, dato che con la fine dei nostri progetti di centrali si è anche rallentata la ricerca e soprattutto si è pressoché azzerata la formazione di ingegneri e tecnici, come ovvia conseguenza della distruzione dell’Ente Nazionale per l’Energia Atomica, e la scomparsa di sbocchi professionali. Partecipare all’ammodernamento di alcune centrali nei paesi ex-comunisti e al progetto francese per la centrale di nuova generazione è perciò finalizzato ad esporre un certo numero di tecnici italiani ad esperienze formative che potranno essere molto utili. O che almeno potrebbero esserlo qualora non funzionasse un ben noto meccanismo, detto “brain drain”, attraverso il quale – in ogni progetto comune – i tecnici più brillanti del partner più debole finiscono per essere sistematicamente arruolati ed utilizzati dal partner più forte, che può offrire carriere più soddisfacenti.
Il problema che al rilancio del nucleare pone la scarsezza di tecnici non è per altro limitato solo all’Italia. Come messo in luce dal “World Nuclear Status Report”, presentato al Parlamento europeo alla fine del 2007, il nucleare per il momento non è in espansione. Negli ultimi tre anni, le centrali nucleari hanno rappresentato solo l’1,5%, del totale della nuova capacità produttiva di elettricità creata al mondo. Le ipotesi di nuove creazioni entro il 2030 vanno da 415 000 mega watt ad un massimo di 830 000 mega watt (una centrale produttiva è in genere di poco meno di 1000 mega watt); ma tra oggi e il 2050 – se si sconta la durata della centrale in quaranta anni – bisognerà chiudere vecchie centrali per circa 250 000 mega watt di potenza.
Generazione Chernobyl
Per giungere a un totale netto di 750 000 megawatt nel 2030, l’industria nucleare dovrebbe rimettersi a costruire centrali atomiche al ritmo degli anni ’80, cioè al ritmo tenuto prima che l’incidente di Chernobyl cambiasse il mondo. La frequenza media con cui a quell’epoca venivano installati nuovi reattori nel mondo è impensabile oggi, non solo per problemi legati all’accettazione da parte dell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto per la mancanza di personale tecnico disponibile – mancanza che appare sempre più grave, al presente e in prospettiva.
Negli Stati Uniti, la società elettrica Florida Power & Light si trovava, nel 2007, ad avere il 40% del personale addetto alle centrali nucleari ormai vicino all’età del pensionamento, e non riuciva a sostituirlo. E ciò si ripete persino in Francia, dove la EDF ha la stessa percentuale di personale che dovrà lasciare il posto di lavoro entro i prossimi sette anni. Si tratta di 11.500 specialisti assunti tutti più o meno contemporaneamente al momento della costruzione del parco nucleare, e che hanno accumulato un’esperienza concreta che non sarà facile trasferire a chi verrà dopo di loro. Già dal 2006, sia l’ente elettrico francese sia il principale costruttore mondiale di centrali – la società di Stato Areva – sono alla ricerca di ingegneri, ma senza molto successo.
La Francia è l’unico paese al mondo in cui l’offerta di posti di lavoro nel settore nucleare non è mai venuta meno, neanche dopo che l’incidente di Three Miles Island ha dimostrato che questo tipo di disastri non si verificano solo per l’arretratezza tecnologica, e per la sciatteria dei Sovietici. Ciò nonostante, pur nell’evidente disponibilità di sbocchi professionali, il mercato del lavoro non risponde. Anche se in tutto il mondo i tabù stanno cadendo al livello della classe politica e dell’opinione, nella società si manifestano forme di resistenza e addirittura di rigetto nei confronti del settore atomico-nucleare.
E ciò persino nei paesi – come la Francia – dove il tabù non c’è mai stato. L’Institut National de Sciences et Techniques Nucleaires (INSTN), la struttura formativa specializzata, non riesce infatti a reclutare abbastanza allievi per diplomare più di 50 persone l’anno, anche se i suoi pochi diplomati vengono assunti prima ancora di finire il quadriennio degli studi. Si ha la sensazione che esista, anche nei paesi dove il nucleare è accettato, una “generazione Chernobyl”, profondamente sospettosa del nucleare, e che – anche quando lo accetta come professione – tende a concentrarsi più sui problemi della sua sicurezza e del suo controllo, che su quelli del suo sviluppo.
La carenza di personale di recente formazione desta qualche preoccupazione, perché nelle imprese che gestiscono le centrali e le altre delicate attività del settore si sta sbilanciando troppo il rapporto tra neo-assunti freschi di diploma tecnici dotati di esperienza. Per cercare di far fronte, le carriere vengono accelerate formando delle squadre miste, nella speranza che i più giovani completino così la loro formazione. Ma è una pratica che non può non suscitare allarme.
A questa situazione l’INSTN cerca di rispondere con un ambizioso progetto di relazioni pubbliche che dovrebbe in futuro consentile di reclutare abbastanza allievi da poterne diplomare 150 all’anno. Ma la EDF, che costituisce uno dei principali datori di lavoro nel campo, ne reclama il doppio all’anno per i prossimi dieci anni.
Il rigetto
E’ possibile che in una fase di scarsità di sbocchi professionali che investe tutta una generazione, nei grandi paesi industriali, questo obiettivo risulti raggiungibile. Eppure, persino tra i giovani che si fanno attrarre dalle possibilità offerte dal settore si manifestano forme di resistenza “culturale”. Mentre gli specialisti più richiesti sono nel campo della termo-meccanica, della termo-idraulica e dei materiali, gli studenti tendono ad orientarsi verso specializzazioni sulla radio-protezione, la sicurezza degli impianti e il trattamento dei rifiuti radioattivi.
Nel resto d’Europa la situazione è ancora peggiore. In Inghilterra non esiste nessun corso in scienze nucleari al livello under-graduate, ma solo come specializzazione biennale. E in Germania, dove sette anni fa 22 università formavano ingegneri nucleari, oggi ce ne sono solo 10. La situazione è così grave che il Direttore dell’Agenzia tedesca per la sicurezza nucleare si è spinto sino a far intendere che – indipendentemente dai problemi di ipotetiche nuove centrali – si sta creando una situazione di pericolo per le centrali già esistenti. Quanto agli Stati Uniti, negli anni ‘80, corsi di laurea in ingegneria nucleare erano offerti da 65 università; oggi soltanto in 29.
Per forza di cose, insomma, il contributo dell’atomo all’approvvigionamento energetico non solo dell’Italia ma anche dei paesi che non sono passati attraverso una vicenda come quella del referendum italiano del 1987, finirà nei prossimi anni con l’essere piuttosto ridotto, e comunque inferiore alle aspettative. E quindi sostanzialmente marginale sarà anche il contributo che il ricorso al nucleare potrà dare alla lotta all’inquinamento atmosferico e alla degradazione del clima, a fronte di fabbisogni energetici previsti in rapida crescita. Ciò significa che porre troppe aspettative sul nucleare come soluzione dell’insufficienza energetica rischia di avere effetti assai gravi.
Se infatti il nucleare verrà “venduto” alla pubblica opinione come il toccasana per risolvere i problemi derivanti da uno sviluppo analogo a quello divoratore di energia degli ultimi anni, andrà a finire che non si farà lo sforzo tecnico-economico – che è invece indispensabile – per tradurre in atto i progetti di risparmio, e quelli relativi a tutte le altre possibili fonti di energia. In questo senso il nucleare assomiglia all’altra “soluzione miracolo”, quella dei biocarburanti; “soluzione” che mette in corsa di collisione, per utilizzare le già insufficienti risorse agricole del mondo, i fabbisogni alimentari dei paesi poveri, con la gli sprechi e le comodità delle società più ricche e tecnologicamente avanzate.
Treni nella notte
In Italia poi, ogni discorso realistico sul rilancio dell’ipotesi nucleare deve, come punto d’avvio, tenere ben presente che il treno del nucleare non fu perso col referendum del 1987, ma molti anni prima. Quell’occasione era già stata perduta nel 1962, quando fu posto termine all’attività del Comitato nazionale per l’Energia Nucleare (il CNEN, oggi ENEA, perché se ne è voluto cancellare anche il nome). Non a caso, quello fu lo stesso anno in cui i progetti energetici e economici di grandissimo interesse nazionale che Enrico di Mattei stava portando avanti – e cui il CNEN si appoggiava politicamente – vennero brutalmente troncati dall’aggressività e dalla cecità dei cosiddetti “Baroni elettrici”, i quali vedevano come un sacrilegio qualsiasi iniziativa che vagamente entrasse in concorrenza con la posizione di rendita monopolistica da essi detenuta nella produzione di elettricità con acque pubbliche. Il Segretario generale del CNEN, Felice Ippolito, fu con un pretesto ridicolo ed odioso condannato ad 11 anni (e né scontò ben due). Ed ebbe a dichiarare in seguito di essere stato fortunato che quel pretesto esistesse, perché altrimenti avrebbe, come Enrico Mattei, pagato con la vita.
Fu quella funesta e drammatica vicenda politica che segnò anche la fine delle ambizioni nucleari dell’Italia, molto prima che gli interessi legati al carbone – e non la “coscienza ambientalista” del Paese – ottenessero il referendum del 1987. Da allora siamo stati, rispetto allo sviluppo dell’energia nucleare, nel buio più totale; e nel buio sentivamo passare i treni su cui viaggiavano gli altri paesi, non solo quelli industriali, ma anche la Cina, l’India, l’Argentina, la Spagna, eccetera.
Il treno del nucleare l’Italia lo ha dunque perso 46 anni fa; un tempo che fa apparire francamente difficile una rincorsa che ci consenta di saltare sul predellino di quel convoglio di cui la Francia occupa la motrice e un forte numero di carrozze. E quel che è più allarmante è che l’Italia di oggi non sembra essere più lungimirante di quella di allora, dato che una distanza temporale comparabile – i prossimi quaranta o cinquanta anni – sembra separarci dal momento in cui sfileranno i vagoni del treno del futuro, e la cui motrice è già nella fase in cui si tra per costruire un prototipo il cosiddetto ITER . E’ infatti possibile – anche a non voler dire che è probabile – che tra meno di cinquant’anni esisteranno le prime centrali di produzione elettrica fondate sulla fusione termo-nucleare controllata, cioè sull’addomesticamento a fini pacifici non più del processo della bomba atomica, ma di quello della bomba all’idrogeno. E questo, a differenza del primo, non presenta il problema delle scorie radioattive.
L’Italia partecipa al progetto internazionale per l’impianto sperimentale ITER, che sorgerà ovviamente in Francia, vicino a Marsiglia. Ma vi partecipa con la stessa burocratica distrazione con cui polverizza le proprie risorse di ricerca in quasi 300 progetti internazionali, da quello sull’Antartide a quello “Anno del sole quieto”, tutti preziosi, certo, ma tra i quali occorrerebbe forse fare una scelta di priorità. E questo mentre non solo il Giappone, ma persino la Spagna hanno tentato in ogni modo di ottenere la quota principale, fino ad offrire di coprire più della metà dei costi totali del progetto ITER, per strappare alla Francia la localizzazione del prototipo sperimentale. E la Spagna, vale forse la pena di ricordarlo ai nostri compatrioti, è un paese infinitamente più arretrato industrialmente e tecnicamente della tanto denigrata Italia, oltre ad essere un paese che soffre di un problema di terrorismo chiaramente inestirpabile, un aspetto che pure va tenuto presente quando si parla di impianti e tecnologie nucleari.
Al di là dell’orizzonte italiano, comunque, anche l’idea che dalla fusione termo-nucleare controllata possa derivare la “soluzione miracolo” dei problemi energetici delle società occidentali va accettata con grande prudenza, se non proprio considerata come un pericolo. In realtà, sono un pericolo tutte le “soluzioni miracolo” e tutte le soluzioni univoche. Nei prossimi anni avremo infatti bisogno di fare appello a tutte le fonti possibili, e coltivare tutti i fronti di ricerca per far fronte ai nostri fabbisogni energetici. Altrimenti, ai ritmi attuali di consumo delle risorse e di degradazione dell’ambiente, nel giro di qualche decennio sarà la natura stessa a dare risposta alla nostra ambizione di continuare sulla via intrapresa alla fine del XIX secolo. E se lasceremo alla natura il compito di dare questa risposta, è assai probabile che essa prenda la forma di una catastrofe che porti alla riduzione dei consumi attraverso una violenta e colossale riduzione della durata della vita media, e della popolazione mondiale.
Lo sviluppo di nuove fonti energetiche, di tutte le fonti energetiche – atomo compreso, ma senza illusioni miracolistiche – è dunque una priorità. Ma non è una priorità assoluta. Il soddisfacimento della crescente domanda di energia costituisce una priorità che è seconda ad un’altra, e soltanto ad essa: ad una forte azione di innovazione in materia di risparmio energetico. Cioè alla ricerca di soluzioni a carattere ingegneristico, che investano non solo la produzione di macchinari e oggetti meno inquinanti, ma anche e soprattutto l’ingegneria sociale, che tenga conto del “rifiuto psicologico suscitato dall’atono, e che incentivi invece comportamenti meno divoratori di energia di quelli ormai entrati nelle abitudini. Si tratta insomma di andare alla ricerca di un nuovo modello di crescita e di uso dell’ambiente naturale e del territorio, diverso da quello che – a partire dalla metà del XX secolo, e in particolare nell’ultimo trentennio – ci è stato presentato come inevitabilmente vincente. Trovare un tale modello sarebbe l’unico, vero “miracolo”.
Giuseppe Sacco
Professore Ordinario e insegna all’Università di Roma Tre