Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero è dedicato all'approfondimento della questione nucleare iraniana e della complessa rivalità tra Stati Uniti d'America e la Repubblica degli Ayatollah.
Il modello rotazionale. Una politica migratoria fuori dalla demagogia
di Giuseppe Sacco
Immigrazioni e identità nazionali -
Molta demagogia si è fatta, negli ultimi tempi, sui temi dell'immigrazione, dell'identità nazionale, della cittadinanza e del rispetto dei diritti e della cultura sia dei migranti che di coloro che li ospitano nella loro patria. Ma poco si è riflettuto su questi temi. Al Sindaco di Roma Gianni Alemanno, e al Sottosegretario agli Interni, On. Alfredo Mantovano, va il non piccolo merito di aver interrotto questo andazzo, e di aver promosso un Convegno di riflessione e di approfondimento su questi temi. organizzato dalla Fondazione Nuova Italia, con la partecipazione di un gruppo di personalità particolarmente qualificate. E' per questo motivo che ho accolto con grande entusiasmo l'invito rivoltomi dalla Fondazione Nuova Italia a presentare in quella sede i risultati della ricerca da me condotta per oltre un quindicennio su questi temi, e le proposte che da tale ricerca discendono.
Qui di seguito il testo del mio intervento
Dato che ho solo quindici minuti a disposizione dovrò descrivere la mia visione del “modello rotazionale” buttando giù pochi punti in maniera assai scarna.
Il primo “elemento reale” da cui bisogna partire per chiarire bene lo stato della questione migratoria è la situazione demografica dell’Italia. Vediamo quindi, sul futuro della popolazione italiana, le attuali del US Census Bureau. E confrontiamole con i calcoli fatti dieci anni fa delle Nazioni Unite.
Secondo le previsioni US Census Bureau, la struttura della popolazione in Italia oggi è quella indicata nel grafico seguente:
Grafico n. 1
Come si vede, questa classica rappresentazione della popolazione di un paese, che si chima Piramiide della Popolazione,presenta una struttura profondamente innaturale ed alterata da oltre quarantanni di insufficiente natalità. E tra quindici anni, nel 2015, alcune delle gravi anomalie già presenti si sranno ulteriormente aggravate
Grafico n. 1
Si tratta di una decisamente negativa, per l’enorme prevalenza, nella popolazione della penisola, delle classi adulte rispetto a quelle più giovani. Oltre alle abbondanti classi di età che superano i sessantacinque anni, che pesano sulle generazioni più giovani perché non producono più reddito, si osserva infatti la formazione di un vasto strato di uomini e di donne con più di ottantacinque anni. Da notare, soprattutto, la formazione di una categoria che per la prima volta diventa significativa nelle statistiche, quella delle donne di più di cento anni. E queste persone, oltre a non poter più contribuire in alcun modo al benessere collettivo, sono per circa il 45 % non autosufficienti, ed hanno bisogno di cure e assistenza personale.
E’ facile, guardando questa cosiddetta “piramide delle età”, capire che la sua forma anomala è dovuta alla brusca riduzione delle nascite verificatasi alla caduta della natalità verificatasi negli anni 60-70 con l’introduzione della pillola anticoncezionale e della legalizzazione dell’aborto.
Grafico n. 3
Spingendosi ancora più avanti, al 2050 appare poi chiaro che l’Italia deve aspettarsi un abbassamento ulteriore delle nascite, e un aumento crescente del numero degli ultra-ottantacinquenni. La situazione promette di diventare assolutamente insostenibile. lo schema mostra bene che nei prossimi anni non ci saranno abbastanza risorse per fare fronte ai bisogni di larghi strati di una popolazione estremamente vecchia.
Di fronte a questa situazione si dovranno dunque fare delle scelte politiche, la più “radicale” delle quali sarebbe di ridurre le pensioni e l’assistenza medica in modo da provocare un aumento della mortalità simmetrico rispetto alla caduta della natalità verificatosi negli anni 60-70 con l’introduzione della pillola anticoncezionale e della legalizzazione dell’aborto.
Un’altra ipotesi, sostenuta da una parte del mondo cattolico, è quella di usare l’immigrazione come correttivo, accettando le conseguenze culturali che ne conseguirebbero sulla società italiana. Questa politica “migrazionista” richiede però la definizione dell’obiettivo che si vuole ottenere sostituendo gli Italiani mancanti con uomini e donne “pret-à-travailler”, con giovani adulti “take away” dai paesi più poveri.
A questo proposito si veda la seguente tabella, che prende in considerazione tre possibili obiettivi: il mantenimento della popolazione totale, oppure il mantenimento del numero totale delle persone attive (che corrisponde grosso modo al numero dei posti di lavoro disponibili), oppure il mantenimento del rapporto quantitativo tra attivi e non attivi che consente l’attuale livello di sostegno a chi non è in grado di lavorare. Per ciascuno di questi possibili obiettivi, il Dipartimento della Popolazione dell’ONU ha calcolato il flusso di immigrati che sarebbe necessario far entrare in Italia nel cinquantennio 2000-2050.
Dati del 2000
Senza immigrati al 2050
Flussi necessari per mantenere costanti al 2050…
…la popolazione totale
…la popolazione in età di lavorare
…il rapporto tra attivi e non-attivi
Immigrati 1995/2050
13 000 000
19 160 000
119 000 000
Popolazione totale
40 700 000
57 300 000
66 400 000
193 000 000
Popolazione in età di lavorare
21 600 000
33 000 000
39 000 000
126 000 000
Immigrati/popolazione totale
29%
39%
79%
Rapporto attivi/non attivi
1,52
2,03
2,25
4,00
Fonte: Nazioni Unite
Si tratta, come si vede, di previsioni che implicano flussi estremamente massicci. Solo per mantenere costante la popolazione dell’Italia al livello quantitativo dell’ultimo anno del XX secolo, senza preoccuparsi della composizione interna, dell’età media e del rapporto tra attivi ed inattivi,– cioè per fare una molto semplice, la più semplice POLITICA DELLA POPOLAZIONE – bisognerebbe fare entrare per cinquant’anni di fila un totale di 235 000 immigrati all’anno. Che poi non è un numero altissimo, se si pensa al singolo anno, perché corrisponde a circa due terzi del numero di stranieri che sono annualmente entrati per lavorare in Italia, regolarmente o no, nel corso degli ultimi anni.
Ma se si guardasse non alla popolazione totale, ma alla sua economia e alla necessità di mantenere il numero delle persone in grado di occupare i posti di lavoro esistenti,cioè par attuare una molto semplice, la più semplicePOLITICA DELLA FORZA LAVORO – bisognerebbe reclutare all’estero circa 500 000 lavoratori l’anno, che è più di quanto in realtà attualmente non entri, dato che non tutti gli immigrati sono in età di lavoro.
E se infine si tendesse all’obiettivo di mantenere inalterata composizione e gli equilibri interni che rendono attualmente possibile il funzionamento dello Stato sociale – vale a dire un rapporto tra attivi e non attivi situato intorno a 4 contro 1 – , se si puntasse cioè ci ad una POLITICA DELL’EQUILIBRIO SOCIALE, ci si troverebbe di fronte ad un compito totalmente impossibile. Bisognerebbe fare entrare qualcosa come 2,2 milioni di immigrati all’anno per quasi mezzo secolo senza interruzione, ed ovviamente creare un numero di posti di lavoro corrispondente ai bisogni di questa nuova componente della popolazione italiana. Da qui al 2050, l’Italia conterebbe così più di 190 milioni di abitanti, contro i 60 di oggi. Di questi 190 milioni, solo una quarantina sarebbe di “stirpe” italiana, mentre 150 milioni sarebbero originati dall’immigrazione. E bisognerebbe creare circa 90 milioni di nuovi posti di lavoro, perché la popolazione attiva dovrebbe passare da una trentina di milioni di persone a 120 milioni circa. Uno scenario assurdo e impossibile.
Questi dati non hanno nemmeno bisogno di commenti. Essi mostrano abbastanza chiaramente che l’immigrazione, nello stato attuale della situazione, riesce a mantenere un po’ più che immutata la popolazione totale della Penisola, presa come un dato greggio, ma a correggere solo in misura minima un invecchiamento rapido e crescente. In effetti, il contributo che gli immigrati possono apportare al tasso di natalità non deve essere sovrastimato. Non bisogna contare molto sulle donne immigrate per mantenere, una volta installate in Italia, i tassi di fertilità medii caratteristici dei loro paesi di origine. Al contrario, anzi, l’esempio e le condizioni di vita del paese di accoglienza le spinge ad adottare rapidamente le abitudini locali in materia.
A ciascuna di queste politiche dovrebbe probabilmente corrispondere un diverso trattamento legale degli immigrati. Se si volesse perseguire l’obiettivo di mantenere numericamente inalterata la popolazione dell’Italia,sarebbe forse logica una politica tendente a facilitare l’ottenimento, da parte degli immigrati, della cittadinanza italiana (come aspetto legale) e la nazionalizzazione (come aspetto culturale), e quindi la partecipazione alla vita politica attraverso la partecipazione elettorale. Ma se l’obiettivo fosse quello di far accrescere il numero delle persone economicamente attive in modo da mantenere a 4 contro 1 il rapporto tra attivi e inattivi occorrerebbe un a politica radicalmente differente.
Proprio al mantenimento questo rapporto 4 a 1, e a conciliarlo con il mantenimento di una società che rassomigli culturalmente ancora all’Italia, è diretta la nostra proposta di una politica che chiamiamo “rotazionale”. Essa consiste, in estrema sintesi, nell’accettazione diforme di pendolarismo del lavoratore tra l’Italia e il paese d’origine, dove egli dovra mantenere la famiglia, e più tardi godere in patria della pensione acquisita in Italia.
Tenuto conto del fatto che in futuro la schiacciante maggioranza dei flussi migratori dovrà provenire dai paesi islamici, questa politica viene incontro anche ai desideri degli immigrati stessi. Questi immigrati non vanno infatti considerati semplici “braccia”, adulti “belli e fatti”, che si possono sradicare dai loro paesi e dalle loro culture per importarli in cambio di (poco) danaro e beni materiali. E i loro bisogni culturali non sono soltanto l’integrazione e l’assimilazione – cioè di “diventare come noi”, come credono certi europei che si illudono di una loro superiorità. Né i loro bisogni politici sono votare alle nostre elezioni, come si immaginano quelli che si sono sempre arrabattati a vivacchiare della politica, ai margini della politica. Gli immigrati sono uomini e donne con una loro moralità personale, civile e familiare, con loro opinioni politiche, spesso molto più conservatrici delle nostre. Sono esseri umani con un loro progetto di vita che, se include – per necessità – di venire a lavorare in un paese estero e spesso ostile, va al di là della semplice sopravvivenza. Sono uomini e donne che vogliono progredire socialmente e riscattarsi dalla povertà che li spinge ad emigrare, vogliono avere dei figli ed educarli nella loro religione, nella loro cultura, enel proprio sistema di valori: E che –avendone la possibilità – fanno considerare preferibile mantenere le famiglie in patria, per non esporle agli effetti “corruttori” del contatto con l’Occidente.
Stabilizzare questo pendolarismo non richiede la concessione della cittadinanza, o del diritto di voto, o del ricongiungimento familiare. Al contrario! Richiede invece che chi “lavora” in Italia, ma “vive” in un paese vicino, abbia la GARANZIADI POTER RIENTRARE IN ITALIA SENZA OSTACOLI dopo ogni periodo trascorso in patria. E questa garanzia è nel nostro interesse fornirla, concedendo a chi ha lavorato in Italia in maniera regolare per un anno o due, un permesso irrevocabile di entrata e di uscita, che si perde solo a seguito di una condanna penale. Si potranno così ottenere risultati positivi sia sul piano della riduzione della presenza culturale straniera (e quindi sul terreno della preservazione della nostra identità), sia sul piano della criminalità degli immigrati, che sarebbe fortemente disincentivata.
Queste sono dunque le idee di base del modello “rotazionale”. La prima è che è possibile ridurre le conseguenze negative dell’immigrazione attraverso la piena presa in conto delle identità culturali e politiche degli esseri umani che vengono a lavorare in Italia, così come – ovviamente e prioritariamente – dell’identità culturale e politica degli Italiani; che sono indubbiamente il popolo ospitante, ma che degli immigrati hanno bisogno. E che è possibile disciplinare il fenomeno e il comportamento degli immigrati non solo con l’imposizione di tutti gli indispensabili obblighi, controlli e divieti, ma anche attraverso la concessione di DIRITTI che incentivino il lavoratore immigrato a comportarsi in maniera da non perderli, cioè in modi che siano nell’interesse di entrambe le parti.
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