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Domino n.4-5 - 2010
Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero è dedicato all'approfondimento della questione nucleare iraniana e della complessa rivalità tra Stati Uniti d'America e la Repubblica degli Ayatollah.

La corsa al retaggio liberale
di Giuseppe Sacco
Studenti a Parigi

E’ certo un segno dei tempi che viviamo, della loro povertà etica e politca, della generalizzata assenza di progetto di cui soffrono tutte le forze che nel nostro paese si contendono il potere, se – più di quaranta anni dopo la chiusura de Il Mondo– rivendicazioni di continuità ideale continuin a venire anche da parti e da uomini che, talora per ragioni di generazione, talora per complessità delle vicende politiche italiane, non hanno mai potuto né collaborare a questo storico e glorioso settimanale, né tantomeno essere vicini al Fondatore e Direttore, Mario Pannunzio.
Oggi, pur a tanti anni di di¬stanza — e dopo che la testata è stata dapprima «rapinata» per qualche pate¬tico tentativo di imitazione, e poi riu¬tilizzata per un settimanale economico di stile completamente diverso — il prestigio del settimanale, del suo di¬rettore, dei suoi collaboratori e della Associazione degli amici del «Mondo» rimane così intatto, e la sua connota¬zione di rigore morale e intellettuale così nitida, che da ogni parte si tenta di rivendicare presunte eredità, conti¬nuità giornalistiche o politiche. Fon¬dati o infondati che siano, questi ten¬tativi hanno un solo vero significato: essi costituiscono uno straordinario omaggio postumo a un gruppo di in-tellettuali le cui radici culturali affon¬davano profondamente al tempo stes¬so nella nostra tradizione nazionale come nel meglio della cultura occidentale, e che ha contribuito enormemente a fa¬re dell'Italia quella che è oggi. A far¬ne un paese in cui si da per naturale e scontato godere di tutte le libertà ci¬vili, e a farne una società ormai lai¬cizzata e dotata di una salutare capaci¬tà di rigetto dei luoghi comuni e dei dogmatismi di destra e di sinistra che quotidianamente si tenta di sommini¬strarle.
Proprio in questi giorni un Convegno riunisce a Milano – a rievocare Pannunzio ed il Mondo – taluni eredi legittimi ed illustri assieme ad altri che invece Pannunzio mai conobbero e che, soprattutto, sono legati a gruppi politico intellettuali che Pannunzio non riconoscerebbe, e non riconobbe mai, come appartenenti “alla sua squadra”. Ma non si tratta di una confusione nuova, né casuale; perché appunto l’eredità è assai ricca, e tanti vi si affollano attorno. Per questo motivo, già un quarto di secolo fa, un grande storico, Rosario Romeo, che – giovane e già illustre – di quella squadra aveva fatto parte fin dai primissimi tempi, pensò di dover intervenire, con l’intervista qui di seguito ripubblicata, per precisare quale fosse l’identità culturale di quel sofisticato gruppo di intellettuali. Perché già vent'anni fa, pressoché inimmaginabili erano diventati, per chi non li avesse direttamente conosciuti, l'impegno morale e intellettuale degli uomini di cultura che Mario Pannunzio chiamò a collaborare al Mondo, il loro modo di concepire la politica — un modo libero, colto, patriottico, misurato, cri¬tico con se stessi ancora prima che con gli altri — e il loro stile antiretorico e antidemagogico.

Giuseppe SACCO — Credo che, per onestà ver­so i lettori, in occasione di un'intervista come questa, sia bene chiarire in­nanzi tutto la posizione personale, le preferenze e le idiosincrasie tanto dell'intervistatore che dell'intervistato nei confronti delle persone di cui parlere­mo. Da parte mia non posso certo na­scondere di essere legato al «Mondo» — cui cominciai a collaborare quando avevo solo ventiquattr'anni —, e a Ma­rio Pannunzio in particolare, da un at­teggiamento non solo di affetto e di gratitudine, ma anche di grande rim­pianto. Anche se, chiuso «II Mondo» e scomparsi Pannunzio, De Caprariis, Compagna, il passare degli anni mi ha reso più maturo e inevitabilmente di­verso da come ero allora, la sensazio­ne dell'importanza che quelle persone e quell'esperienza hanno avuto nella mia formazione morale e politica non mi abbandona mai, e il mio senso di identità non può essere che rafforzato dal fatto che quel gruppo sia stato pra­ticamente sterminato da una serie di scomparse precoci. Ciò per quel che ri­guarda il suo intervistatore. E lei, pro­fessore, come si colloca rispetto algruppo di intellettuali che Mario Pan­nunzio riunì attorno al «Mondo»?

Rosario ROMEO — Io credo di aver, in un cer­to senso, fatto sempre parte di quel gruppo, sia pure una parte minore per­ché ero molto giovane quando comin­ciai a collaborare. Però avevo già scritto un libro, avevo passato i venticinque anni, e condividevo fino in fondo le posizioni del giornale. Ricordo che la prima volta ch'io seppi dell'esistenza del «Mondo» fu a Palermo, dove mi ero recato per fare delle ricerche d'ar­chivio.

Giuseppe SACCO — In che anno siamo?

Rosario ROMEO — Nel 1949. In un'edicola, vi­di questo giornale, «II Mondo», con no­mi di caratterizzazione indubbiamente liberale. Siccome si veniva dalla bato­sta del 18 aprile, di pochi mesi prima, in cui pareva che tutto fosse stato di­strutto e disperso, nel vedere questa nuova iniziativa mi sembrò di vedere uno scoglio su cui mettere piede. E poi, quando venni a Roma nel 1950, co­minciai ad avere dei rapporti con «II Mondo» attraverso un gruppo di co­muni amici liberali. Devo anche dire che probabilmente oggi, pur a vent'an­ni di distanza, le mie ragioni di distin­zioni o di diversità dal gruppo del «Mondo» forse sarebbero molto tenui, o forse non ci sarebbero affatto. Se «II Mondo» esistesse ancora, io continue­rei probabilmente ad identificarmi con esso, perché non mi pare di essermi troppo distanziato dalle posizioni di al­lora; cioè, non mi sembra di essere mol­to diverso da quello che suppongo sa­rebbe oggi il gruppo del «Mondo».

Giuseppe SACCO — Però, professore, con Risor­gimento in Sicilia, come approccio sto­riografico, non si era lei, in una certa misura, già mostrato diverso dall'ap­proccio puramente crociano alla realtà del gruppo del «Mondo»?


Rosario ROMEO — In una certa misura, sì. An­zi, da questo punto di vista si può di­re che il mio primo incontro con «II Mondo» fu uno scontro. Il mio libro venne stroncato sulle pagine del «Mon­do» con una violenta recensione pole­mica di Panfilo Gentile, il quale mi ac­cusava di avere fatto storia economica — il che era,, a suo avviso, cosa da non farsi — e di avere detto che per l'Italia meridionale la tesi di Gramsci sulla rivoluzione agraria come sovver­timento del sistema feudale poteva es­sere una tesi importante. E quindi ve­nivo accusato apertamente di marxi­smo, che sulle colonne del «Mondo» era una accusa pesante. La cosa, a par­te la delusione che mi recò perché ero giovane, e si trattava del mio primo libro, mi dispiacque anche perché mi aspettavo, sì, di essere attaccato, ma non da quella parte cui sentivo di ap­partenere, e per ragioni che — per di più — mi parevano del tutto illegitti­me. E che tali furono considerate dal­lo stesso Croce — tengo a sottolinear­lo. Io risposi alla recensione di Panfilo Gentile con una lettera che fu pubbli­cata sul «Mondo» per l'intervento per­sonale e l'autorità di Croce. Se no, fi­gurarsi! Nessuno sapeva chi io fossi. Mi si poteva credere un comunistello di quelli che allora cominciavano a fio­rire. Naturalmente, l'attacco del «Mon­do» suscitò verso di me un'ondata di simpatie da parte della sinistra. Rice­vetti lettere ed altre espressioni di so­lidarietà da parte di alcuni giovani o meno giovani storici comunisti. Que­sta manovra di seduzione, ad una per­sona che fosse stata meno decisa nelle sue convinzioni — vistasi maltrattata da una certa parte e invece lodata, cor­teggiata, osannata dall'altra — avreb­be potuto far prendere un atteggiamen­to che io non presi.

Giuseppe SACCO — Com'era giustificato l'attac­co di Panfilo Gentile?

Rosario ROMEO — Una ragione apparente c'era. In quel libro si faceva anche della storia economico-sociale, cosa che era uscita dall'uso nella storiografia italia­na da venti o trent'anni, cioè per tut­to il periodo del dominio idealista. Io invece ero persuaso, e lo sono tuttora, di essere rimasto coerente con le pre­messe metodologiche della storiografia storicistica. Nessuno ha detto che la storia dell'economia e della società sia appannaggio di una certa metodologia e che si possa fare solo dal punto di vista marxista. Anzi, nel crederlo sta proprio una delle grandi debolezze della cultura liberale in quegli anni, e l'es-sersi sottratto a questo errore era uno dei punti di forza del mio libro. Non c'era, nel mio libro, un mutamento di principi o di criteri di analisi. C'era solo uno spostamento dell'oggetto di interesse, in cui una certa parte della realtà veniva presa in maggiore consi­derazione di quanto solitamente non accadesse nella storiografia italiana. Ma quanto io feci parve cosa nuova e scan­dalosa a persone come Panfilo Gentile che veramente credevano che ciò fos­se illegittimo da un punto di vista sto­ricistico.

Giuseppe SACCO — Ma rimane questa una con­notazione per tutti i diciotto anni di vita del «Mondo»?

Rosario ROMEO — Sì, prevaleva in quel grup­po un metodo di pensiero, di analisi politica, che era molto centrato sulla politica pura, sulla cultura e vita mo­rale, e poco attento alla dimensione so­ciale, del collocamento sociale o della portata di certe situazioni di classe in relazione alla vita dell'economia della collettività. Questo era invece un aspet­to del mio modo di vedere le cose, un modo che si è lentamente fatto strada, certo non solo per opera mia, nella cul­tura di tipo liberale in Italia.

Giuseppe SACCO — L'esperienza del «Mondo» viene fatta coincidere dalla storiogra­fia su quel periodo con un tentativo di mantenere in vita l'ideologia libera­le in una congiuntura politica in cui questa sembrava deperire molto rapi­damente. Peraltro, nel periodo dei di­ciotto anni del «Mondo», .molti osser­vatori sembrano notare uno spostamen­to da una posizione einaudiana, il cui principale esponente fu, fino alla mor­te, Panfilo Gentile, verso una posizio­ne che poi si identifica con Ernesto Rossi e con Ugo La Malfa, che non è più liberale in senso classico ma libe­rai ali'americana.

 

Rosario ROMEO — Una qualche evoluzione, o, piuttosto, un qualche intreccio si può dire che si sia cominciato a manifesta­re a partire sin dalla seconda metà de­gli anni '50. Ed era un intreccio tra cose che appartengono tutt'e due all'orizzonte del pensiero liberale,

e che credo non siano da contrapporre nella considerazione politica (e persino nel­la considerazione storica) così netta­mente e rigorosamente come si fareb­be in sede teorica. Del resto, ciò è fa­cilmente confermato se si guarda alle radici culturali del «Mondo». Messa da parte la componente culturale crocia­na, la posizione in materia economica di gran lunga più rappresentativa era quella di Ernesto Rossi.

 

Ora, chi era Ernesto Rossi? Ernesto Rossi era, e di­chiarava di essere, un liberale einaudiano, ortodosso, il quale scrisse lun­ghi articoli su Keynes, dichiarando che lui non solo non condivideva Keynes, ma non riusciva a capire che cosa mai volesse dire. Questa posizione quindi non era neppure quella del liberalismo o della democrazia interventista: per non dire che non era certo socialisteg-giante. Ma all'origine c'era l'idea di Einaudi degli «interventi conformi». In­terventi conformi che servono a rista­bilire quelle condizioni del mercato che la concorrenza da sola sovvertirebbe. Fu seguendo questa idea degli «inter­venti conformi» che Ernesto Rossi si lasciò portare a prendere le posizioni che conosciamo, e che poi giunsero fi­no alla teorizzazione dell'intervento programmato. I convegni del «Mondo» cominciarono col discutere i monopo­li. La parola d'ordine era quella della lotta contro i monopoli: posizione li­berista pura, einaudiana.

 

E poco a po­co si cominciò, oltre che a individuare questi monopoli soprattutto, ma non solo, nel gruppo elettrico, anche a pen­sare che la lotta contro i monopoli do­vesse servire a utilizzare i poteri dello Stato per indirizzare il mercato e non solo per assicurarne l'automatico fun­zionamento o il migliore funzionamen­to, come lo stesso Einaudi avrebbe det­to. Questo fu un processo non molto visibile. E ad esso contribuì non poco lo spirito giacobineggiante di Ernesto Rossi, il quale vedeva monopoli e di­storsioni del mercato dappertutto, in qualunque formazione della grande in­dustria. Riaffioravano così, credo, cer­te debolezze della tradizione liberista italiana pura, il cui liberismo ebbe for­me addirittura di anti-industrialismo. In seguito alla fondazione del Partito radicale, poi, la crescente connotazio­ne in senso progressista del gruppo por­tò anche a pensare a una politica eco­nomica che certamente divergeva dal­le premesse einaudiane pure. In que­sto il giacobinismo di Rossi ebbe una parte notevole. Ciò determinò una ten­sione seria all'interno del «Mondo» e — più tardi — finì per essere una del­le motivazioni della rottura tra Pannunzio e Rossi, cioè in quello che era il gruppo originario del settimanale.

 

Giuseppe SACCO — Certamente. La rottura pe­rò non fu soltanto un fatto ideologico, ma anche di schieramenti e di allean­ze. Derivava anche e soprattutto dal fatto che, con una impostazione come quella di Rossi, si finiva per dare un peso crescente al PSI e alle forze so­cialiste, alle quali il gruppo dei fonda­tori del «Mondo» non era assolutamen­te disposto a cedere il terreno, trat­tandosi di liberali che non avevano nes­sunissima intenzione di diventare so­cialisti. La rottura era insomma giustificata nelle cose. Non fu un fat­to di incompatibilità personale, non fu un fatto estrinseco. Fu un fatto che rappresentava un dissenso ideologico e politico di fondo.

Rosario ROMEO — In seguito, la spinta del gruppo dei «programmatori» diventò una spinta socialisteggiante. E quindi questo gruppo finì per assumere, rispet­to alla vita politica del paese, un at­teggiamento diverso da quello dei li­berali o dei radicali veri e propri. So­stanzialmente, quell'ala che in seguito si identificò sempre più con «L'Espres-so», in contrapposizione al «Mondo», diventò l'organo di una opinione che non era più una opinione liberale, ma era una opinione socialisteggiante. E i lettori dell'«Espresso» diventarono sempre più un pubblico socialista e poi comunista, cioè un pubblico che con quello originale del «Mondo» non ave­va più nulla a che vedere.

Giuseppe SACCO — Come giudica lei oggi quel­la evoluzione, tenuto conto del revival liberista, che sembra quasi dare ragio­ne a Panfilo Gentile? Lo stesso Roep-ke non sembra più così desueto come sembrava allora.

Rosario ROMEO — Io credo che, nel mondo moderno, una componente programmatoria-interventista, cioè di correzio­ne del mercato, sia ineliminabile da una società che non voglia perdere alcuna delle conquiste fondamentali della de­mocrazia economica. Mi pare che il gio­co del mercato di per sé, lasciato a se stesso, possa condurre ad effetti che non sono socialmente, e forse alla lun­ga neanche economicamente, accetta­bili. Riterrei che l'idea dell'intervento della mano pubblica, come allora si di­ceva, sia un'idea da conservare. Che poi tutto questo possa aver portato an­che a sperperi è una cosa di cui possia­mo parlare, ma è un'altra cosa. In li­nea di principio, io riterrei che, nono­stante Reagan e la Thatcher, non si possa dire che le esperienze americane o inglesi si potrebbero trasportare nel-l'Europa continentale senza guasti so­ciali gravi, ne, secondo me, senza un sostanziale decadimento del livello ci­vile della società europea.

Giuseppe SACCO — Secondo i liberali puri, non poteva esistere una società libera sen­za libero mercato. Secondo i liberak ali'americana, ciò non era vero. Spes­so, nello stesso gruppo del «Mondo» alcuni si proclamavano liberali non li­beristi. Essi pensavano che grandissi­me concentrazioni di proprietà azien­dale nella mano pubblica potessero con­vivere con la società aperta. Oggi, que­sto non sembra più possibile, e questa è una delle scoperte fatte proprio dal pensiero socialista o di origine so­cialista.

Rosario ROMEO — Questo riporta alla classica polemica Croce-Einaudi, tra liberalismo e liberismo. Io credo che in linea di principio si possa immaginare anche una società in cui non c'è un libero mercato, che tuttavia sia una società politicamente libera.

Giuseppe SACCO — Questa è la posizione di Croce.

Rosario ROMEO — In linea di principio credo che Croce avesse ragione. Se se ne vuoi poi vedere l'esperienza concreta nella società europea di oggi, si può consta­tare che non è stata la concentrazione dei mezzi nelle mani dello Stato, non sono state le nazionalizzazioni che han­no portato alla soppressione della li­bertà. La causa della soppressione di ogni libertà in gran parte dell'Europa è stata la conquista del potere da par­te di forze di tipo giacobino, di tipo bolscevico. Non è quindi stata la pub­blicizzazione dell'industria a determi­nare la scomparsa della libertà civile. La soppressione delle due cose è con­temporanea, e dovuta alle stesse cau­se. Ma, nei paesi dell'Occidente, non credo che si possa constatare nulla del genere. Non mi pare si possa dire che le nazionalizzazioni in Inghilterra ab­biano ridotto il livello della libertà po­litica in quel paese; o che le naziona­lizzazioni fatte dal governo francese so­cialista di Mitterrand abbiano ridotto la libertà politica in Francia. Questi fe­nomeni hanno gravemente danneggia­to l'economia britannica e recato colpi di una certa forza a quella francese, ma non è che per questo il cittadino inglese o francese sia oggi meno libe­ro. E' solo meno prospero; ma questa è un'altra cosa. Indubbiamente, è fa­cile constatare che i sistemi di merca­to sono economicamente più efficienti e produttivi. Ma sappiamo anche che talune conquiste del socialismo in Eu­ropa, o conquiste socialdemocratiche, anche se diffamate come statalismo o assistenzialismo, sono tuttavia quelle che garantiscono la società europea da' certi fenomeni degenerativi che inve­ce sono presenti, per esempio, nella so­cietà americana.

Giuseppe SACCO — Lei, in un articolo importan­te nella storia del «Mondo», nel 1953, pose il problema centrale di quella po­sizione politica, il problema derivante da un'acutissima capacità di individua­re gli obiettivi da attaccare, cui non si accompagnava l'indicazione di quali fossero le forze con le quali questo at­tacco potesse essere condotto. Con un'analisi analoga, da sinistra si è fat­to osservare che il gruppo del «Mon­do», escludendo ogni accordo con il PCI, non solo vanificava la propria azione, ma si condannava a un'allean-za sempre subalterna con la Democra­zia cristiana.

Rosario ROMEO — Di quell'articolo ricordo la tesi, ma solo per sommi capi, perché non l'ho mai più riletto. In sostanza, non era che un tentativo di presentare il liberalismo democratico in Italia co­me una forza naturalmente radicata nei ceti medi. Una tesi tutt'altro che ori­ginale. Io scrissi quell'articolo perché sul «Mondo» non si parlava mai di chi concretamente dovesse condurre la bat­taglia così lucidamente indicata, di qua­le ne fosse l'eco nella società. Cercavo insomma di capire da che parte potes­se venire una qualche rispondenza alle cose che noi dicevamo. Il problema era serio, e tale si dimostrò più tardi, quan­do si manifestò il dissidio interno al gruppo di cui abbiamo parlato, e più tardi ancora con il percorso politico se­guito da quel particolare tipo di fran­gia che si raccolse attorno all'«Espres-so». Da parte di questa frazione del gruppo del «Mondo» si è avallata la tesi secondo la quale i protagonisti della modernizzazione del paese, e dunque della trasformazione del sistema capi­talistico, non potevano essere se non nel Partito socialista, e poi di fatto an­che nel Partito comunista. Intorno all'«Espresso» e alla «Repubblica» si crearono movimenti di opinione in cui di fatto la maggioranza numerica dei lettori, dei sostenitori di quelle posi­zioni e tesi politiche erano dapprima socialisti e poi — soprattutto e sem­pre di più — comunisti. Ora, questa è una adulterazione della realtà. Pre­sentare il Partito comunista come la forza riformatrice della società italia­na, e i giornali e le forze politiche che ne sostenevano la politica come forze liberali, significa offrire uno scenario di cartapesta, perché il Partito comunista rimane il Partito comunista e non era affatto detto allora, come non è detto adesso, che il Partito comunista sia sta­to fondato e teorizzato per riformare e far funzionare meglio il capitalismo.

Giuseppe SACCO — Che cosa si aspettavano dunque dal PCI queste «frange» del gruppo del «Mondo»? Pensavano vera­mente a una possibile utilizzazione del PCI in chiave riformista?

Rosario ROMEO — I giornali o le posizioni di questa sinistra intellettual-progressista, che invece questo affermavano, di fat­to erano nella classica posizione dei «compagni di strada». Come tutti i compagni di strada essi erano soprat­tutto impegnati ad affiancare la batta­glia politica comunista con motivazio­ni più accette a gruppi sociali diversi da quelli tradizionalmente sensibili al­la propaganda comunista; ma se poi si guarda chi erano i sostenitori di quelle posizioni, si scopre che i lettori dell'«Espresso» o di quell'area di opi­nione erano soprattutto ed essenzial­mente comunisti, o comunque elettori del Partito comunista, la cui obbedien-za politica era certamente stata data prima a Togliatti, poi a Longo e poi ai successori, e non certo ai giornali che si presumono liberali. Si tratta in­somma di una specie di gioco delle tré carte, in cui le tesi e la politica del Partito comunista sono contrabbanda­te come tesi liberali. In realtà, le tesi liberali servivano solo a mascherare una sostanza politica che era quella comu­nista. E dico comunista perché sem­pre di più si moltipllcarono gli attac­chi ai socialisti, accusati di essere fa­scisti, di essersi fatti fagocitare nel centro-sinistra, e di essersi dunque la­sciati ingabbiare nel sistema di potere della Democrazia cristiana.

Va, inve­ce, sottolineato che questa situazione, di cui si lamentavano i limiti, era do­vuta alla spaccatura della società ita­liana e alla presenza di un Partito co­munista che, come tale, non era e non è utilizzabile come forza di alternativa di governo. Di conseguenza, le forze intermedie si sono trovate in Italia, co­me in Germania, come in Belgio, co­me in molti paesi d'Europa, come nel­la stessa Inghilterra, in serie difficol­tà.

Questa situazione però non giusti­ficava il giudizio pesantemente negati­vo dato dai suoi avversar! sulla politica dei veri liberali progressisti, perché l'al-leanza con la DC non equivaleva ad un'alleanza con Pio IX e col cardinal Antonelli. La DC in Italia come in al­tri paesi (ad esempio in Germania) è un partito che ha contenuti largamen­te democratici, e in qualche misura li­berali, e che ha contribuito in maniera decisiva al mantenimento di una società libera nel nostro paese. Quindi non è che i laici, alleandosi con i democri­stiani, si fossero venduti al nemico. Na­turalmente, la DC è cosa diversa dai partiti laici, ma è meno diversa di quanto non sia il Partito comunista.

Giuseppe SACCO — Questo ci porta a una do­manda di attualità. Oggi vi è un note­vole numero di personalità politico-culturali, certamente provenienti dall’ambiente culturale della sinistra che si raccoglieva attorno a Pannunzio, ma che tendono a presentarsene come i continuatori. Ma non si tratta — o non si tratta solo — di persone che, come ha fatto lei stesso, sostengono che, se quel gruppo non fosse stato stermina­to dagli eventi, probabilmente ne fa­rebbero ancora parte. Al contrario, questo atteggiarsi ad eredi di Mario Pannunzio e di Ernesto Rossi coinvol­ge persone che hanno preso, negli ul­teriori anni, posizioni molto dissonan­ti da quelle che «II Mondo» ci aveva reso familiari e che è verosimile sareb­bero ancora oggi quelle del suo gruppo redazionale.

Da un lato queste riven­dicazioni costituiscono in un certo sen­so la riprova dell'importanza storica di quell'esperienza, nonché dell'ancora luccicante blasone qualitativo che quel gruppo può conferire. Ma dall'altro la­to è evidente che ci deve essere qual­che forzatura; o ci deve essere una mol­teplicità di interpretazioni, se non al­tro, dell'eredità lasciata dal «Mondo».

Rosario ROMEO — Secondo me, in questo ca­so si tratta proprio di una visibile alte­razione della verità dei fatti. Cioè, si tende a vedere una continuità dove continuità non c'è. E persino si può discutere se l'origine sia veramente la medesima. In definitiva, la posizione, che poi si sviluppò soprattutto con la fondazione dell'«Espresso» da parte di Arrigo Benedetti, era fin dall'origine una posizione diversa da quella del «Mondo», e tale diversità si è andata accentuando in modo sempre più net­to. Comunque, ci sono moki, infiniti aspetti in cui è evidente la diversità. In confronto, è molto difficile vedere la somiglianzà. Lo stesso stile giornali­stico dell'«Espresso» era diversissimo da quello del «Mondo».

L'invenzione di Benedetti di presentare gli avveni­menti sotto forma di immediata rile­vanza e di far quasi assistere il lettore direttamente allo svolgimento dei fatti decisivi della politica, dell'economia, della cultura o del costume conteneva e contiene una carica di terrorismo in­tellettuale fondato sulla supposizione di fatti non provati e spesso non veri. Per­ché è chiaro che, volendo presentare le cose in questo modo, si finiva per spacciare per veri ed accreditare parti­colari, connessioni, sfumature, rappor­ti personali, situazioni psicologiche, ec­cetera che invece erano in grandissima parte immaginari, e tuttavia decisivi per la valutazione che il lettore era in­dotto a dare di cose e persone. Tutto questo si traduceva in uno stile gior­nalistico a carattere intimidatorio che ha contribuito grandemente a peggio­rare l'atmosfera della vita pubblica in Italia.

Giuseppe SACCO — Anche «II Mondo» esercita­va una severa critica morale. Dello stes­so Pannunzio, come ella certamente ri­corda, si disse che poteva essere severissimo con gli altri perché era impla­cabile con se stesso.

Rosario ROMEO — Nel caso dell'«Espresso», e'era un misto di cinismo e di morali­smo; spregiudicatezza mondana da un lato, e catoneggiare severissimo quan­do invece si preferiva assumere altri panni. Questo era estraneo al gruppo del «Mondo»: si dice che era un grup­po snob, ma in che senso lo era? Era un gruppo di intellettuali che ali'origi­ne, come molti dei liberali italiani, pro­venivano da ceti sociali benestanti e conservavano quindi un certo disdegno rispetto alla società di massa. Ma era un gruppo di persone che avevano sem­pre la coerenza di certi principi e ne assumevano in prima persona la respon­sabilità. Non c'era un passaggio da un piano all'altro, dal cinismo al morali­smo, a seconda delle circostanze e del­la convenienza, come invece accadeva con lo stile dell'«Espresso» di Benedet­ti. Qui peraltro risiedeva anche il se­greto del successo di questo tipo di giornalismo; perché è chiaro che, dan­do al lettore l'impressione di entrare nell'intimo dei fatti e a tal fine roman­zando la realtà, si riesce a fare colpo. Ma a quale prezzo?

Giuseppe SACCO — Ma tra «II Mondo» e «L'Espresso» vi era più di una mera diffe­renza di stile.

Rosario ROMEO — Certamente, la principale differenza sta nel fatto che «II Mon­do» si trovò spesso, anzi quasi sem­pre, su posizioni di minoranza, e si schierò senza esitare dalla parte più de­bole e la sostenne ostinatamente per molti anni; mentre una tipica tenden­za del gruppo che deriva dall'«Espres-so», sotto la patina del suo radicalismo liberaleggiante, è sempre stata quella di schierarsi dalle parti più forti. Più forti, naturalmente, non al livello di governo, ma sul piano della pubblici­stica, dell'opinione, cioè nell'ambiente in cui il gruppo dell'«Espresso» opera­va. Si vedano le posizioni sul Vietnam e quelle sulle agitazioni sindacali nel periodo post 1969. E' caratteristico il fatto che nel periodo in cui i sindacati erano più forti questo gruppo era tut­to dalla parte dei sindacati; adesso che i sindacati sono più deboli, quello stes­so gruppo è tutto dalla parte dei capi­talisti e denuncia gli errori dei sinda­cati con estrema violenza. Gli esempi di questa natura si potrebbero molti-plicare: io stesso con un po' di pazien­za potrei ricordarne tantissimi.

Giuseppe SACCO — Questa coincidenza tra le posizioni del gruppo «scissionista» na­to con «L'Espresso» e le convinzioni prevalenti nella opinione pubblica ita­liana potrebbe però anche essere spie­gata con il ruolo di opìnìon leader che «L'Espresso» — a differenza del «Mon­do», volutamente elitario — poteva avere. Secondo lei, come si spiega il fatto che il gruppo che ha dato vita all'«Espresso», prima, alla «Repubbli­ca» poi, sia stato sempre sulla cresta dell'onda?

Rosario ROMEO — Si spiega con la capacità di intuire qual è l'onda che in un certo momento ha successo. Non si può dire che «La Repubblica» e «L'Espresso» abbiano mai creato un fenomeno di opinione pubblica; ma quando c'è una spinta e ne avvertono la prevalenza, sono i primi a cavalcarla. Si può obiet­tare che la spinta in questione non è a livello di governo perché al potere questi gruppi non sono stati mai; ma al livello in cui vengono condotte que­ste battaglie non importa nulla il fatto di essere al governo o meno. Importa molto di più di essere più forti sul pia­no della pubblicistica, sul piano della battaglia delle idee, o per meglio dire dei mezzi d'informazione.

C'è infine un terzo elemento che distingue «II Mondo» dall'«Espresso» e dalla «Re­pubblica»: ed è che il gruppo del «Mon­do» non pensò mai, ne ritenne, che le forze progressiste della società italiana fossero quelle comuniste. Ora è natu­ralmente più che legittimo sostenere che si sia verificata una trasformazio­ne del PCI ed infatti, da parte del gruppo dell'«Espresso», lo si è soste­nuto a partire da una data che risale addirittura alla metà degli anni '60. E «democratizzare» la storia degli ultimi vent'anni del Partito comunista mi sembra una anticipazione sulle cose un poco azzardata.

Giuseppe SACCO — «L'Espresso» e «La Repub­blica» non erano però soli nel diffon­dere questa interpretazione della sto­ria recente d'Italia.

Rosario ROMEO — No, certamente. Di per sé questa non è una operazione che ab­bia molta originalità. In Italia è stata tentata con grande successo e realizza­ta per decenni da molti intellettuali che ne hanno fatto motivo di fortuna per­sonale; ma a un livello più propriamen­te politico, e su vastissima scala, la stes­sa operazione è stata fatta da Piero Ot­tone quando dirigeva il «Corriere del­la sera».

Cosa ha fatto Piero Ottone? Ha fatto di un giornale, che era rap­presentante delle posizioni liberal-democratiche dei ceti medi lombardi, un organo che prendeva posizione non solo per i comunisti, ma addirittura per le frange dell'ultra sinistra. Sul gior­nale diretto da Piero Ottone sono ap­parse, come anche sull'«Espresso», po­sizioni che in un paese davvero libero avrebbero condotto a condanne giudi­ziarie nei confronti di coloro i quali si sono fatti pubblici sostenitori di au­tentici reati e sopraffazioni ai danni di larghi settori sociali e professionali.

Non è — ripeto — una operazione ori­ginale, basta volerla fare e disporre dei mezzi per farla. Il vecchio Stalin ave­va già capito tutto quando diceva che il «suo» proletariato aveva preso in ma­no la bandiera delle libertà borghesi, e al tempo stesso che i capitalisti avreb­bero venduto ai bolscevichi anche la corda che sarebbe poi servita per im­piccarli. Ma se tutto questo è liberali­smo, devo dire che, per quanto io rie­sco a capire, il gruppo del «Mondo» era assolutamente un'altra cosa.

Giuseppe SACCO — Non c'era nulla da inventa­re e nulla è stato inventato. Eppure F operazione ha avuto un evidente successo.

Rosario ROMEO — Ci si può chiedere perché questa operazione abbia successo. La risposta è chiara: perché PItalia è un paese che ha un terzo della popolazio­ne che vota comunista. Quindi l'ope-razione può contare fin dall'inizio su un potenziale larghissimo. I simpatiz­zanti comunisti, dal giornale del loro partito, dalla propaganda comunista, ri­cevono una informazione che sanno es­sere di parte. Se poi invece ritrovano le stesse tesi in una sede che gli da l'impressione di essere indipendente e di riportare l'opinione anche di non­comunisti, hanno la sensazione di ve­dere legittimata la propria posizione non più come posizione di partito, ma addirittura come posizione condivisa da tutta l'opinione socialmente ed intel­lettualmente qualificata.

Giuseppe SACCO  — Non è quindi solo lo stile giornalistico ed il coraggio di stare in minoranza che distingue il gruppo del «Mondo» da coloro che ne vantano og­gi l'eredità. C'è anche il rifiuto di un ruolo di copertura e legittimazione del PCI.

Rosario ROMEO — C'è anche dell'altro. Il gruppo del «Mondo» ha sempre preso in prima persona la responsabilità del­le idee e posizioni che ha sostenuto. Non ha mai delegato ad altri, come fa un certo snobismo capitalistico, la di­fesa delle posizioni più diffìcili da te­nere, riservando a se stesso la parte delle anime belle, aperte e progressi­ste. In fondo, questa — di affidare ad altri la parte prosaica del mantenimen­to degli equilibri della politica, dello Stato e della società italiana — è un vizio congenito di quel tale capitalismo e di quella buona società che nei salot­ti simpatizzava con i vari Capanna, mentre poi mandava gli agenti di poli­zia in piazza, i capireparto in fabbri­ca, e i professori nelle scuole a farsi spaccare la testa o a farsi prendere a colpi di pistola.

Ciò da ragione a Mon­tanelli quando dice che il capitalismo si può difendere solo a condizione di tenersi lontani dai capitalisti. Perché, a vederli da vicino, ci vuole molto sto­maco per digerire i capitalisti. Abbia­mo invece assistito ad un tentativo di identificare rivoluzione e capitalismo, in una immaginaria «alleanza dei pro­duttori», che garantirebbe il tranquillo godimento delle rendite di posizione e dei profitti ai danni della massa dei consumatori.

E qui vanno aggiunte al­tre due osservazioni. In primo luogo, questa idea della congiunzione del con­servatorismo capitalistico con il corpo­rativismo sindacale è una forma di tra­sformismo che ha corrotto le logiche della cultura e della vita politica in Ita­lia. In secondo luogo e per ultimo, ag­giungerò che non è vero che la fascia di opinione che fa da platea alla stam­pa che pretende di rifarsi al «Mondo» di Mario Pannunzio costituisca una sor­ta di partito informale, di movimento liberal-democratico. Ciò non è vero perché il «movimento» è costituito in gran parte da comunisti o da gente che vota per il Partito comunista. E l'idea che questi siano degli iscritti solo ap­parenti al Partito comunista, o che si possa togliere al Partito comunista il suo carattere di soggetto politico reale per attribuirlo a se stessi, è una opera­zione del tutto immaginaria.

 

 

Originariamente pubblicato in mondoperaio 3/1986





25.11.2009


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