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Domino n.4-5 - 2010
Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero è dedicato all'approfondimento della questione nucleare iraniana e della complessa rivalità tra Stati Uniti d'America e la Repubblica degli Ayatollah.

La Nazione spiegata agli Irakeni
di Giuseppe Sacco
Qualche tempo fa, il governo irakeno ha chiesto ad alcuni intellettuali del'Occidente che tentano di comunicare al di la delle barriere culturali, di spiegare in termini semplici agli Irakeni, da sempre divisi in comunità confessionali e tribali, il senso della Nazione e dello Stato unitario.

Per non finire col fare un'opera di semplice indottrinamento a valori importati, o peggio un'opera di propaganda,  ho perciò cercato di trattare questo tema da un punto di vista concreto; dal punto di vista dell'interesse individuale e collettivo a vivere in una società in cui i singoli siano al tempo stesso più liberi e più uniti.

Ne sono risultate cinque paginette che sono state lette e commentate in molte scuole irakene e che, mi dicono, sono state trovate chiare ed hanno interessato la maggior parte dei ragazzi e degli insegnanti coinvolti. Non so se sia merito mio o del traduttore, dato che non non sono in grado di sapere veramente cosa dica il testo arabo. Ma rileggendo a distanza di qualche tempo il testo italiano, mi è parso che anche i lettori occidentali come i lettori arabi ne possano trarne spunto per farmi avere qualche commento, critica, o riflessione. Lo propongo perciò nelle due lingue.

La formazione degli Stati nazionali, nel mondo mediterraneo, è avvenuta con molto ritardo rispetto a paesi come la Francia, la Spagna e la Gran Bretagna, dove le istituzioni statuali sono talora antichissime. La Francia, addirittura, ha una storia di indipendenza nazionale che si può far risalire a più di mille anni. E grazie a ciò, queste Nazioni hanno potuto, nei secoli scorsi, non solo sviluppare potenti economie industriali, ma anche creare grandi imperi intercontinentali, ad imitazione dell’Austria, della Russia e della Turchia.

E’ solo con la crisi, relativamente recente, di tutte queste costruzioni politiche imperiali – fondate sulla disuguaglianza tra popoli dominanti e popoli dominati – che i paesi arabi, l’America Latina, i Balcani e l’Europa centro-orientale hanno potuto anch’essi conoscere il fenomeno dello Stato nazionale moderno.
Come gran parte del mondo arabo, l’Irak, forte delle sue risorse idriche, della sua agricoltura, e di un settore petrolifero che diventerà via via sempre più importante, effettua una importantissima conquista – l’indipendenza nazionale – dopo la prima guerra mondiale, solo sessant’anni dopo la liberazione dell’Italia dall’imperialismo austriaco, e novanta dopo la liberazione della Grecia da quello turco. Ed effettua questa conquista contemporaneamente a paesi poi consolidatisi, come la Polonia, la Romania, l’Ungheria, ma anche contemporaneamente alla nascita di stati che, come la Yugoslavia, non hanno invece resistito alle tensioni interne tra gruppi etnici e religiosi, e la cui dissoluzione ha provocato guerre assai sanguinose, ed un generale arretramento.
L’Irak si trova oggi di fronte alla sfida di un’equa distribuzione delle ricchezze del paese tra tutte le sue componenti. E ciò riporta nuovamente in primo piano tutte le questioni essenziali che i popoli debbono risolvere nella propria storia: unità nazionale; differenze religiose; appartenenze tribali. Questioni la cui pacifica risoluzione è essenziale per dar vita ad un sistema economico moderno e capace di reggere la concorrenza internazionale.

Gli Irakeni conoscono tutti questi legami perché, come tutti i popoli mediterranei sono legati da identità multiple. E ognuno di essi è giustamente fiero di essere Irakeno, di appartenere ad una nazione la cui civiltà risale a settemila anni fa; fiero di appartenere a un gruppo religioso che ha prodotto tanti uomini virtuosi e santi; fiero di essere membro di una famiglia stretta insieme dal vincolo della parentela e dell’onore. E deve cercare di vivere queste appartenenze multiple senza che esse entrino tra loro in conflitto.
La famiglia è ovviamente un legame immutabile. Si nasce legati dal sangue a fratelli, cugini, nipoti, cugini di cugini, che tutti insieme formano una grande famiglia o una tribù. E ad essa si resta legati per tutta la vita, ed anche dopo la vita, nella memoria e nella fedeltà dei figli e delle vedove. Nei paesi mediterranei e in Medio Oriente, poi, ci si sposa spesso all’interno dello stesso clan, rafforzando ancora di più i legami di sangue. E’ la legge del gruppo, l’assabiya, definita molti secoli fa da Ibn Khaldoun, che rimane la base di tutta la vita sociale.
L’assabiya, spesso tradotta nelle lingue occidentali come « spirito di corpo», è la « forza motrice » che permette a un gruppo umano organizzato di riprodursi e di continuare nel tempo. Essa fa apparire l’individuo come una foglia passeggera di una pianta che si rinnova di anno in anno e non si estingue mai, e conferisce così un significato eterno alla sua breve vita sulla Terra. Si tratta di un concetto forgiato nel mondo mediterraneo e nel Medio Oriente, ma che per secoli è stato valido per il mondo intero, prima che la nascita di un individualismo estremo venisse a contrastarlo. In Occidente, anzi, il concetto di famiglia è oggi quasi estinto, e sopravvive in forma attenuata solo in alcune società, come in alcune regioni dell’Europa mediterranea, o in Scozia, e contribuisce non poco ai successi e all’affermazione economica di questi popoli sulla scena internazionale.

La bellezza e la nobiltà del legame familiare fa però pagare un prezzo terribile quando si tratta di spartire la ricchezza del territorio, e gli interessi dei gruppi tribali entrano in conflitto. Perché i conflitti e le discordie tra clan sono inevitabilmente assai sanguinosi, molto più sanguinosi delle guerre tra Stati nazionali. La guerra tribale è, per definizione una guerra in cui non si fanno prigionieri, perché il popolo che vive sul territorio conquistato non può essere trasformato in suddito. E infatti il capo della tribù vincitrice non può pensare di sottomettere al suo dominio la tribù sconfitta, e di regnare su di essa. Non può farlo sulla base della sua legittimità in quanto patriarca della sua grande famiglia tribale. Come invece può fare il re di un stato nazionale, che ha un tipo di legittimità diverso, non fondato sul sangue e la parentela, ma semplicemente sull’impegno di fare l’interesse economico e politico dei suoi sudditi.
Non può quindi un capo tribale fare come la Francia, il cui Re ha a lungo governato, dopo averle conquistate, le regioni poste a ovest del Reno che, con il loro carbone e il loro acciaio erano essenziali alla costruzione dell’economia industriale, anche se le loro popolazioni parlavano un dialetto tedesco. Né può fare come la Germania che, dopo il 1870, conquistò e sottomise quelle stesse regioni al suo Imperatore. Né come la Francia che, dopo il 1918, conquistò nuovamente queste regioni e chiese ai popoli che vi vivevano di essere leali al suo Presidente, in cambio della protezione dei loro interessi economici, e della tolleranza dei modi di vita e della loro fede religiosa. Questi popoli hanno potuto ad ogni cambiamento inserirsi senza grandi problemi nella nuova nazione, ma non avrebbero mai potuto cambiare famiglia, cambiare antenati, fratelli, figli, non avrebbero mai potuto – né avrebbero voluto – spezzare i legami profondi che uniscono i gruppi umani e le società.

La tribù è unita dalla parentela, che non si può cambiate, così come non si può far diventare parte della propria famiglia chi non è nato dallo stesso sangue. La guerra che ha fatto seguito alla dissoluzione della Yugoslavia è stata segnata da massacri di massa proprio perché lo scontro ha assunto caratteri tribali. E persino lo stupro delle donne – un crimine orrendo – rientrava in questa logica, perché così facendo il vincitore non solo pensa di umiliare il vinto e tutta la sua famiglia, ma introduce nel sangue del nemico un elemento estraneo, che rompe il legame tra le generazioni, in pratica dissolvendo la tribù sconfitta.
Nulla è così sanguinoso – e distruttivo dal punto di vista economico – come la guerra tribale. Persino le guerre di religione consentono ai popoli sconfitti la possibilità di vivere e di fare i loro commerci come i minoranze all’interno della società vincitrice. E persino il crociato, sul campo di battaglia, aveva la possibilità, gridando “Iddio è grande”, di salvare la propria vita. Tra società tenute insieme – e distinte rispetto alle altre società – dalla religione, o da una particolare interpretazione della stessa religione, è sempre possibile la discussione e il dialogo tra dottori e studiosi della legge e della fede. E’ sempre possibile il dialogo e la ricerca comune della verità.
Il superameno delle differenze tribali e religiose è stato alla base della supremazia dell’Europa per molti secoli. E’ vero che in Europa le guerre tra cattolici e protestanti – e tra protestanti di sette diverse – hanno provocato stragi immani; in Germania, in particolare, lo scisma di Lutero portò non solo alla morte di metà della popolazione tedesca, ma anche alla distruzione di due terzi delle ricchezze del paese. Ma alla fine, dopo decenni di guerra, si poté giungere ad una riconciliazione, che consentì l’impetuoso sviluppo industriale tedesco nel corso del diciannovesimo e del ventesimo secolo.

La pace e l’accettazione reciproca tra le componenti etniche dei popoli europei, e la convivenza in stati nazionali, come quelli europei di oggi, che accettano e proteggono tutte le religioni, è dunque la precondizione di ogni sviluppo economico e di ogni prosperità.

Realizzare questa convivenza è molto più difficile quando ciò che definisce e tiene unito i vari gruppi della popolazione è la parentela. Membri di una famiglia si nasce, e non si diventa. Ciò è possibile, e solo in alcuni casi, per le donne attraverso il matrimonio. Ma non tutti i gruppi fondati sulla famiglia approvano il matrimonio con membri di tribù diverse. La famiglia è insomma l’unità base della società umana, e ne presenta in grado massimo la caratteristica principale, quella del divieto a suo interno della violenza privata e della sua liceità verso l’esterno.
Gli esseri umani non possono, per la loro stessa natura, vivere in solitudine, e tanto meno organizzare da soli il proprio benessere materiale. Per sopravvivere essi debbono far parte di un gruppo, all’interno del quale si dividono i compiti. In particolare, nei gruppo umano originario, alle donne toccava la cura e l’allevamento dei figli piccoli, all’uomo il compito di procurare il cibo e di difendere il gruppo contro possibili nemici esterni, ai giovani l’aiuto ai genitori e l’inquadramento dei loro fratelli minori, e agli anziani l’educazione dei giovani. All’interno del gruppo regna la pace, ed ogni violenza è proibita. Solo il capo riconosciuto, in genere il maschio più anziano, la può esercitare, se uno dei suoi membri viene meno ai doveri e alle regole della famiglia: è perciò che si parla di “monopolio” della violenza da parte del capofamiglia, e della possibilità nel gruppo familiare della violenza “pubblica”, la violenza legittima del capotribù, ma non della violenza “privata”, quella illegittima dei singoli membri del clan.
Nei rapporti col mondo esterno, invece, la violenza è comunissima, perché le risorse necessarie alla vita, al progresso e al benessere sono in genere assai scarse, e per conquistarle si deve lottare con gli altri. La collaborazione tra tutti i membri, e l’assenza di violenza interna al gruppo, che fa contrasto con la perfetta normalità della rivalità per le risorse e della violenza all’esterno di esso, è la principale caratteristica della società tribale. Ed è questa natura inevitabilmente sanguinosa dei conflitti tra gruppi uniti da legami familiari che conferisce allo Stato nazionale un ruolo importantissimo di conciliazione, regolazione dei contrasti, protezione dei più deboli, distribuzione delle risorse naturali in modo che tutti possano lavorare, vivere e prosperare. Ed è per questo che la progressiva organizzazione di tutti i popoli del mondo in moderni Stati nazionali viene universalmente considerata un grande progresso.
Naturalmente, i gruppi familiari non scompaiono nello Stato. Anzi, l’Assemblea dei capi di ogni famiglia è stata alla base della democrazia ateniese, considerata l’origine di tutte le democrazie occidentali, anche se si tratta di un’istituzione che esisteva – col nome di Jemaa o di Jirga - anche in altre culture mediorientali e mediterranee. E nel Diritto Romano, che è alla base del diritto moderno, il Capofamiglia manteneva un gran numero di compiti e di doveri importantissimi. Tali compiti comprendevano l’esercizio della giustizia all’interno del clan, fino alla pena di morte – anzi il capo famiglia era incaricato di eseguire la sentenza quando un membro della famiglia era condannato a morte per crimini commessi al di fuori dell’ambito familiare. E andavano sino alla cosiddetta osculatio, il diritto-dovere di baciare sulla bocca ogni donna o giovane membro della famiglia per controllare che non avesse bevuto alcol.
In altri termini, – come si dice comunemente – la forza dello Stato romano pre-cristiano e delle sue leggi si fermava sulla soglia di ogni casa . Ma lo Stato garantiva la convivenza armoniosa delle tribù che formavano la società romana (chiamate gentes – popoli – nella lingua di Roma, il latino), e quindi rendevano possibile la sua potenza militare, così come la continua espansione dell’Impero attraverso la concessione della cittadinanza romana ad un numero sempre più grande di tribù, che venivano così a godere dei benefici economici e civili della “pace romana”.

Scomparsi sia l’Impero Romano, sia gli imperi più recenti, questa regola – l’accettazione di sempre nuove tribù, su una base di perfetta parità – è caduta in desuetudine. Dopo un lungo intervallo di decadenza, dovuto alle invasioni di popoli barbari, che hanno provocato in tutto il mondo mediterraneo devastazioni simili a quelle dei Mongoli a Bagdad e in tutta la Mesopotamia, il compito di rendere meno violenti e sanguinosi i rapporti tra gruppi umani tenuti insieme dalla parentela oppure dalla religione è passato ai moderni Stati nazionali. E questi, per molti secoli hanno svolto il loro ruolo, al meglio delle capacità e della volontà della razza umana di vivere in pace, determinando un progresso economico e tecnico straordinario. Senza queste moderne forme di organizzazione politica non sarebbe stata possibile la rivoluzione industriale.
Certo, la storia recente è anche piena di guerre tra stati nazionali, soprattutto la storia dell’Europa, che si è anzi praticamente auto-distrutta nella prima metà del ventesimo secolo per rivalità tra la potenza industriale in ascesa, la Germania, e quella in declino, la Gran Bretagna. E anche l’Irak ha fatto l’esperienza della guerra tra Stati nazionali, con l’interminabile conflitto con l’Iran. Ma le guerre tra Stati nazionali sono soprattutto guerre tra governi e tra regimi, che vogliono strapparsi campi petroliferi, risorse idriche e risorse naturali in genere, territori e porti, popolazioni. E sono quindi guerre cui è possibile mettere termine quasi da un giorno all’altro, se i popoli hanno il modo di cambiare governo, come accade quando si riesce a creare uno Stato a regime democratico. Oppure con un accordo di tipo commerciale, come tra uomini d’affari.
Oggi, da circa un quarto di secolo, gli Stati nazionali appaiono indeboliti – e qualcuno dice addirittura che siano superati – a causa della diffusione di fenomeni che essi non riescono a governare, perché più grandi del loro territorio e capaci di passare attraverso qualsiasi frontiera: fenomeni come il commercio, la formazione di centri di potere economico più forti dei governi, le migrazioni transcontinentali, la finanza internazionale, la speculazione e le crisi finanziarie, l’inquinamento dovuto all’industria e ai consumi, le nuove epidemie, il riscaldamento del clima, l’insufficienza alimentare. E’ la cosiddetta “globalizzazione”, e gli Stati nazionali appaiono troppo piccoli e deboli per fronteggiarla ciascuno all’interno del proprio territorio. Eppure nessuna istituzione internazionale sembra in grado di sostituirli, con la eccezione – forse – di future Unioni sul modello di quella europea, se essa riuscirà a acquisire maggior potere dei singoli Stati che la compongono.

Ma nel complesso, il mantenimento degli Stati nazionali e del loro ruolo sembra essere il primo obiettivo che i popoli e le Nazioni debbono porsi, se veramente desiderano un futuro di sviluppo economico, di prosperità e di pace. I risultati dell’indebolimento degli Stati nazionali sono sotto gli occhi di tutti, ed è chiaramente negativo: ritorno della violenza nei rapporti tra gruppi familiari e religiosi; guerre in cui non si fanno prigionieri; terrorismo di cui non riesce talora a capire neanche quali obiettivi si proponga, che cosa voglia ottenere. E soprattutto enormi distruzioni di ricchezza in un mondo in cui le risorse economiche di base sono sempre più scarse.
La risposta alle domande: “a chi giova lo Stato nazionale?” e “che ruolo ha l’identità nazionale nel successo economico?”è quindi evidente. Il ruolo dello Stato nazionale come fattore di costruzione del successo economico è insostituibile. E lo Stato nazionale giova a tutti i popoli, non solo a quelli. che hanno conosciuto gli orrori e le distruzioni della guerra civile. Questi ultimi sono soltanto quelli che ne possono più immediatamente ed in modo più diretto apprezzare i benefici.

 





14.11.2009


 

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