geopolitica
 DOSSIER
 INTERVISTE
 PUBBLICAZIONI

 TEMATICHE
  Risorse energetiche
e Ambiente
  Geoeconomia ed Innovazione

 AREE GEOPOLITICHE
  Unione europea
  Russia ed Estero vicino
  L'Europa oltre la Ue
  Mondo anglosassone
  Maghreb e Vicino oriente
  Africa subsahariana
  Asia
  Sud-est asiatico
  America latina


Domino n.4-5 - 2010
Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero è dedicato all'approfondimento della questione nucleare iraniana e della complessa rivalità tra Stati Uniti d'America e la Repubblica degli Ayatollah.

"Come ti collochi?"
di Giuseppe Sacco
A Strasburgo: un balzo verso l'avvenire Lettera aperta ad un amico italiano - Caro Paolo,

la domanda (“Come ti collochi?”) che mi hai rivolto qualche giorno fa, quando ci siamo incontrati al ricevimento dei diplomatici americani, mi ha fatto riflettere. E ancor più mi ha fatto riflettere il fatto che questa sia stata la prima, e praticamente la sola, domanda che tu mi abbia rivolto. Una domanda che tocca un argomento che evidentemente tu consideri di importanza preminente su tutti gli altri di cui avremmo potuto parlare. Si trattava, certo, di un’occasione sociale, di una di quelle cene in piedi in cui non si può fare nessun discorso serio e compiuto; in cui i gruppi si formano e si disfano di continuo; e in cui tutti interrompono tutti. Si trattava di insomma di un’occasione in cui ci si può porre solo domande del tutto convenzionali.


Come va la famiglia?

Quale altra domanda del tutto convenzionale avresti potuto farmi? Avresti potuto chiedermi, ad esempio: come va la famiglia? E in tal caso avrei potuto dirti che mia figlia è incinta al settimo mese, e che quindi – a Dio piacendo – tra non molto potrei per la prima volta essere nonno. E – se le circostanze ci avessero consentito di passar a considerazioni un po’ più approfondite avrei potuto dirti come, pur non essendo io un sentimentale, questa possibilità di diventare nonno abbia auto un impatto sul mio modo di vedere tante altre cose. Ho constatato – infatti – di aver cominciato a vedere tutto in una prospettiva più a lungo termine. Se prima mi interessavano i problemi dell’oggi, (cioè quelli che concernono la mia generazione), e quelli del domani (che toccano e toccheranno la generazione di mia figlia), ormai anche i problemi del dopodomani sono da me vissuti come problemi miei.

Tutto il mio comportamento ne risulta modificato, e faccio cose che cui in passato non avevo neanche mai pensato : dal diventare membro di un circolo in cui la mia futura nipotina potrà trovare un modo piacevole e salutare di trascorre quella parte dell’estate in cui chi lavora non può andare in vacanza; a quale sia, nella prospettiva di tre generazioni, il modo più ragionevole di investire i miei risparmi. Ad esempio, con il ritmo al quale si riscalda l’ambiente, una casa in Liguria non diventerà assai più piacevole ed utile di una casa alle Eolie, aumentando così di valore, almeno in termini relativi?

Più in generale – sempre in risposta alla tua domandina “come va la famiglia?    , avrei potuto dirti come negli ultimi tempi sia cresciuta la mia sensibilità, ed irritazione, per il modo in cui sia l’Amministrazione Bush che quella Obama hanno reagito alla crisi del sistema bancario. Combattendo il fuoco con il fuoco; l’eccessivo indebitamento dei privati con un accrescimento vertiginoso di un già pesantissimo debito pubblico. Il che significa che i costi delle misure anticrisi che vengono prese oggi graveranno assai pesantemente sulle generazioni future, cioè su quella parte della popolazione cui il sistema elettorale non riconoscono nessuna voce. E ti avrei forse confessato che la mia sensibilità  e la mia irritazione per questa evidente violazione del principio di no taxation without representation non sono, forse, senza rapporto con il fatto che la mia famiglia stia appunto per accrescesi di una nuova generazione.

Magari,  ti avrei anche raccontato che questo mio “allungamento del futuro” mi ha di recente portato a pubblicare un articolo – cui hanno fatto seguito vari interventi pubblici – su una possibile riforma del Parlamento europeo che dia maggiore rappresentanza alle generazioni che non possono godere del diritto di voto. Questi articoli e interventi li ho pubblicato, però, su due riviste francesi, Commentaire, e France-Forum, autorevoli, gelose della libertà di pensiero dei loro collaboratori, e che sono – soprattutto – dirette ad un pubblico che vuol essere stimolato a pensare su problemi veri, e non sui miserabili gossips del giorno.

Come hai passato le vacanze?

Oppure – sempre per restare tra le domandine terra terra, le domandine da cena in piedi – avresti potuto chiedermi cosa avevo fatto durante l’estate. E in questo caso ti avrei risposto che – cogliendo  l’occasione di una celebrazione, tenutasi ad Amburgo, del sessantesimo anniversario della “economia sociale di mercato” – ho fatto una sorta di “vacanza intelligente” in Germania, dove non c’è la paralisi generalizzata che caratterizza in Italia e in Francia il mese di Agosto. E ti avrei detto di come era diventata ancora più bella (anche per l’evidente miglioramento del clima) e più ricca questa città, da cui mancavo da qualche anno 

Nel resto della Germania, dove ho successivamente viaggiato un po’, spingendomi sino a Dresda, gli effetti della crisi sono invece evidenti, molto più evidenti che in Italia. I giornali poi sono pieni di cattive notizie e di commenti preoccupati per la sorte di interi comparti industriali che non riescono a tenere la concorrenza cinese, non solo per ragioni di prezzo, ma anche per ragioni di qualità. Ti avrei insomma fatto parte della mia osservazione che, se vista dall’Italia o dalla Francia, la Cina appare un concorrente pericoloso in quanto  paese in cui i salari sono drammaticamente più bassi dei nostri, vista dalla Germania essa appare come una sorta di gigantesca Silicon Valley lanciata in una corsa verso l’avvenire proprio nei settori sui quali la Germania ha, negli ultimi vent’anni, investito e puntato di più.

Lo stesso enorme successo economico di Amburgo si spiega in questa chiave: più la Germania deve cedere spazio a concorrenti e sub-fornitori esteri, più si moltiplicano le delocalizzazioni produttive, e più aumentano i containers in transito nel porto. Facendone il giro in battello e poi con un apposito aeroplanino – vincendo la tremarella, dato che proprio in quei giorni un gruppo di Italiani s’era ammazzato in una ricognizione del genere non ricordo se sull’Hudson, o sul Potomac – ne ho visti a migliaia provenienti dalla Cina e da Taiwan, pochi con le insegne di shippers americani, e un sorprendente quantitativo col marchio bianco e marrone della israeliana ZIM. E due – dico due – con su scritto ITALIA a caratteri giganteschi. Sembrava un grido disperato. Ci siamo anche noi! Non siamo ancora morti!

Mentre ero lì, erano nel pieno le discussioni e i commenti sulla questione della Opel, perché la GM – dopo che il governo tedesco, per chiudere prima delle elezioni, si era sbilanciato pubblicamente a sostegno della offerta Magna-Sherbank – aveva incominciato a sollevare mille obiezioni. Improvvisamente, tutta la stampa riconosceva che l’offerta della Fiat e di Marchionne era l’unica che aveva dietro di se un progetto razionale, fondato su un’analisi seria della sfida che investe tutta la questione del futuro dell’automobile. E’ stato – per chi ha interesse per la politica vera – un mese appassionante, culminato giovedì 19 agosto, quando il governo ha varato un piano pluriennale per fare della Germania il paese leader nello sviluppo e nella produzione dell’auto elettrica. Perché, mentre da noi tutti – specie quelli che fino a ieri erano comunisto o corporativisti – cianciano delle meraviglie degli spiriti animali del capitalismo, la Germania è un paese che fa grandi piani, e cerca di realizzarli con uno spontaneo concorso di tutte le sue forze.

Come ti collochi?

Con queste riflessioni avrei potuto intrattenerti – sempre che a te tutto ciò forse apparso di qualche interesse– se soltanto tu mi avessi posto una domandina sulla mia famiglia o sulle mie vacanze estive. Ma tu non mi hai chiesto nulla di ciò. Non mi ha fatto una domandina convenzionale. Sei subito voluto passare alle “cose serie”, Con l’aria dell’Italiano furbetto che, siccome legge "La Repubblica", la sa lunga sulle cose e sui retroscena delle cose, mi hai perciò chiesto come mi collocavo. E hai aggiunto, con tono tra l’ironia e la sufficienza se ero un sostenitore della “teoria del complotto”. Il riferimento era senza possibilità di dubbio a Berlusconi, e alle accuse a lui rivolte.

E’ stato perciò di malavoglia, e solo per non essere scortese, che ti ho risposto che io non mi collocavo affatto, che io penso con la mia testa, e che di teorie del complotto ce ne sono almeno due, e che tra queste la teoria di una campagna di ostilità organizzata dall’estero era la più verosimile. Ho resistito alla tentazione di chiederti se, secondo te, occuparmi di una riforma del Parlamento Europeo nel senso della corretta rappresentanza degli interessi collettivi, o del futuro dei settori tecnologicamente avanzati in Europa di fronte alla sfida cinese, potesse in qualche modo “collocarmi” tra conservatori e progressisti, o tra nemici della democrazia e difensori della libertà. O se l’unico criterio che indica la scelta su questo spartiacque ideologico e soprattutto morale sia se si dà maggior fiducia ai mezzi dinieghi di un uomo politico su alcune patetiche storie di donne, oppure alla testimonianza di una prostituta rea confessa del reato di violazione di domicilio, per aver introdotto e furtivamente usato un registratore in una residenza privata. 

E la cosa è finita lì, ma solo apparentemente. Perché a me è rimasto l’amaro in bocca di essere stato bloccato da un sentimento di cortesia e di amicizia nei tuoi riguardi, dal dire quello che avevo sulla punta della lingua. E cioè che io rivendico il mio “non collocarmi” come un titolo di merito. Perché, se me lo posso, e me lo sono sempre potuto,  permettere ; se ho sempre goduto del privilegio di pensare con la mia testa, è perché non vivo della politica, e ho sempre saputo rinunciare al sovrappiù che possono ottenere coloro che “collocandosi” ottengono benefici vari.

Ma l’amaro in bocca mi è rimasto anche – e soprattutto – perché quello dell’altra sera era il primo evento sociale cui partecipavo dopo mesi passati principalmente all’estero. E quasi senza accorgermene, quasi automaticamente, ho fatto un confronto tra la Francia e la Germania da un lato e la mia povera patria dall’altro; tra i temi di cui è fatta la politica a Nord delle Alpi, e il patetico squallore delle scelte rispetto alle quali  tu mi chiedevi come mi “collocassi”. Capisco che chi vive immerso nella poltiglia culturale e intellettuale di buona parte dei nostri media sia difficile rendersene conto: ma per una persona mentalmente e culturalmente “normodotata” rispetto alla media europea, una tale richiesta può suonare addirittura offensiva.

Naturalmente, sto scoprendo l’acqua calda. E’ da un pezzo che le cose stanno così. Era poco più che un ragazzo quando sentii Ugo La Malfa dire di un esponente del suo stesso partito, che faceva addirittura il Ministro:” Poveraccio! Crede di informarsi leggendo i giornali.” Il nostro incontro, e la tua domanda, mi hanno fatto venire alla memoria quello sconsolato commento. Ma subito dopo è riaffiorato un altro episodio; un’altra esperienza che non ho più dimenticato, e che risale a più di quarant’anni fa, quando abitavo a Parigi già da cinque anni.

Ma che dici? Sogni?

Dalla mia tesi alla Ecole des Hautes Etudes – era il 1967 – avevo tratto il mio primo libro, che pubblicai in Italia, grazie a un editore milanese. Era un libro in cui si analizzavano dei fenomeni di sviluppo in corso nel Massachusetts, lungo la strada 128, che collega lo yard dell’Università di Harvard con il campus dell’MIT, nonché in una località della California del Nord, la Santa Clara County, dove erano presenti molti laboratori di ricerca. E a partire da quelle università e da quei laboratori stavano sorgendo un gran numero di piccole aziende che lavoravano nelle tecnologie avanzate.

Non potevo sapere, allora, il grande avvenire di quei fenomeni, né che Santa Clara County sarebbe diventata il cuore storico della futura Silicon Valley. Ma una cosa la sapevo: sapevo che l’industria italiana, dopo aver progredito per molti anni riutilizzando tecnologie del perido bellico, improvvisandone di nuove, o importandole attraverso l’acquisto di brevetti, imitandoli o aggirandoli, era ormai in molti settori – soprattutto nei settori in cui essa era esportatrice – alla pari, come livello tecnologico, con i suoi concorrenti esteri. E che si preparava di conseguenza un forte aumento della spesa pubblica e privata per la ricerca.

Se quella spesa – era il mio ragionamento – fosse stata concentrata nel Mezzogiorno, la proliferazione delle industrie high tech che ne risulta indirettamente avrebbe potuto dare un forte contributo allo sviluppo del Sud. E concentrare nel Sud la nuova spesa per la ricerca era possibile, dato che la localizzazione dei laboratori non è vincolata, come è invece la localizzazione delle fabbriche, a tutta una serie di pre-esistenze che in Italia si trovano solo al Nord. “Il Mezzogiorno nella politica scientifica” – questo era il titolo del libro – cercava insomma di delineare una nuova strategia di sviluppo delle regioni meridionali fondata e innestata sul salto di qualità che, dopo il “miracolo economico”, l’industria italiana sembrava stesse per compiere.

Le reazioni alla mia proposta furono positive – ed anche concretamente utili. Il primo lettore del mio libro fu l’intellettuale e politico napoletano Francesco Compagna. Eletto al Parlamento appena l’anno successivo, subito si mise in azione e riuscì a far modificare la legge sugli incentivi al Mezzogiorno, cosicché ai laboratori di ricerca che si installavano a Sud di Roma vennero riconosciute le stesse agevolazioni previste per gli impianti industriali. Nella zona di Latina, a Napoli, a Bari, a Catania, è con una certa soddisfazione che constato di tanto in tanto che, nella crisi della politica a favore del Sud, queste realtà hanno invece messo radici. A Pomigliano d’Arco, poi, l’insediamento industriale ha avuto risultati quasi fallimentari, ed invece il laboratorio annesso ha preso vita propria, ed è diventato la Elasis, uno dei due grandi centri di propulsione tecnologica in campo automobilistico, confermando così ancora oggi la mia idea che il Sud fosse molto più adatto agli investimenti nella ricerca, che non alle attività produttive tradizionali.  Anch’io – mi dico – ho portato il mio piccolo granello di sabbia alla costruzione di qualcosa di utile per il mio paese.

Oggi, quarant’anni dopo, tutti si dicono convinti di quella che allora sembrava una teoria proiettata troppo arditamente nel futuro. Tutti vorrebbero approfittare della forza trainante della ricerca sullo sviluppo economico, Non c’è Comune di un qualche livello civile che non cerchi di darsi un suo science park. All’epoca però, ci voleva una bella dose di ottimismo, una certa capacità di sognare ad occhi aperti, per pensare che la scienza e la ricerca tecnologica potessero trovare nel Sud il terreno più adatto. E per riuscire a trasformare quell’idea in un progetto concreto ci voleva tutto il “realismo visionario” di Francesco Compagna,  tutta la sua scatenata fiducia e tutta la sua forza di volontà. Lo stesso Giovanni Berlinguer, che pure si espresse più volte a favore delle mie idee, e si congratulo  “per aver osato fare una proposta così audace”, non mi nascose in privato il suo timore che si trattasse di un progetto “un po’ illuministico”. Un po’ troppo innovativo; un po’ troppo staccato dalla realtà; un po’ troppo fiducioso nelle sole forze della ragione.

Da chi prendi soldi?

Che i timori di Berlinguer potessero trovarre una dura conferma, ebbi a temerlo non molto tempo dopo, ad una conferenza l’economista Pasquale Saraceno, uno dei grandi padri del meridionalismo, era venuto a tenere a Napoli.

Ero seduto in quarta fila, ad aspettare l’arrivo dell’oratore, quando l’occhio mi cadde su un libro che un signore seduto davanti a me stava sfogliando. Quel libro era il mio! Ero seduto in incognito giusto alle spalle di un mio lettore!

Era quella una situazione in cui ogni autore desidera prima o poi di trovarsi. Per poter spiare sul volto del lettore le sue reazioni spontanee. Non i commenti dei recensori o dei colleghi, ma le reazioni disinteressate – e quindi probabilmente obiettive – di chi non sa di avere, sopra la spalla, lo sguardo di un osservatore molto interessato. Cercando di non farmi notare, mi misi perciò ad osservarlo attentamente: era un uomo sui quarant’anni, dai tratti raffinati e che trattava le pagine con delicatezza. Lesse il risvolto, la quarta di copertina, la mia nota biografica, poi passò all’indice. E deve aver trovato qualcosa che lo interessava, perché aprì il libro verso metà e si mise a leggere.

Non avevo, fino a quel punto, tratto dal suo comportamento alcun segnale significativo. Ma capii di più quando accanto a lui venne a sedere un altro analogo tipo di intellettuale, seguito da una terza persona dal volto inespressivo, cui gli occhiali – dalle lenti spesse come bottiglie di Coca Cola – davano un’espressione piuttosto ottusa.

Era evidente che i tre si conoscevano. Dopo pochi convenevoli, “Cosa leggi?”, chiese il primo dei sopravvenuti. “Un libro strano, – rispose il mio lettore – che mescola ragionamenti economici con discorsi tecnici.” Dall’accento mi fu subito chiaro che né l’uno né l’altro erano napoletani. Pensai fossero funzionari della Svimez o di qualche altro ente nazionale che si occupava del sud. 

“E politicamente come si colloca?” Domandò il primo dei sopravvenuti. Disse proprio cosi: come si colloca?  “Non riesco a capire. Comunque non è comunista”, fu la risposta. “Etas Kompass non l’avrebbe pubblicato”.

“Fatemi vedere”, intervenne a questo punto il terzo del gruppo, che fino ad allora era stato zitto, e che rivelò un forte accento napoletano. E come ebbe in mano il libro, guardò la nota biografica e disse “Questo Sacco è di Napoli, ma io non lo conosco.” E poi, anche lui con un sorriso furbetto, aggiunse: “datemi due minuti, e vi dico io come si colloca”. Cominciò a sfogliare il libro, diede un’occhiata all’indice, poi andò alla prefazione, ma la abbandonò subito dopo aver visto che era firmata da un Professore dell’Università di Oxford, Jean Gottmann. Infine andò alla pagina finale, si concentrò forse un minuto e sentenziò. “ E’ un libro equivoco; non si capisce di che panni veste.”  Poi scosse la testa e aggiunge: “Non mi pare democristiano. E se lo è, non è uomo di Gava. Però secondo me, pe’ scrivere ‘sta cosa, da qualcuno deve avé preso danari”.

Non riuscì a seguire con grande attenzione la conferenza che incominciò da li a poco. Quella conversazione mi faceva pensare ad altre cose: a quanto distante ed “equivoco” fosse il mio approccio alla politica rispetto alla necessità di collocarsi tra le correnti democristiane di Napoli; quanto feudali fossero non solo la formula “uomo di”, ma soprattutto l’idea che, per evitare di essere “equivoco”, avrei dovuto “vestire dei panni”, cioè indossare una precisa livrea di servo. E – dulcis in fundo – come il collocarsi non fosse in definiva altro che un sinonimo di pigliar soldi.

Ecco in che terreno umano e morale erano finiti il “realismo visionario” di Francesco Compagna, la preoccupazione di Giovanni Berlingeur di osare senza cadere nell’illuminismo, la mia stessa idea che l’Italia, con la “cultura” politica che si ritrova, potesse in qualche modo trarre ispirazione dalla California.

A questo punto dovrebbe esserti chiaro, caro Paolo, perché la tua domanda “come ti collochi ?” mi abbia tanto turbato. E perché mi sia parso necessario scriverti questa lettera aperta. Ti sarò grato se mi vorrai far sapere cosa ne pensi.

Con i più amichevoli sentimenti, tuo

Giuseppe Sacco





25.9.2009


Amburgo proiettata sull'economia mondiale
Un progetto
ELESIS: motore common rail
A Napoli: all'eta' dell'istruzione obbligatoria
 

La storia non perdona
Un'alta personalità internazionale, sulla cui identità va mantenuto ill più stretto riserbo, ma che segue con attenzione Geopolit...[LEGGI...]


Volontari irlandesi dell' Oglaigh na hEireann (Ira) durante la guerra anglo irlandese (1919-1921).
“Al momento della resa l’insurrezione del 1916 è sembrata un fallimento, ma quello sforzo eroico e il martirio che lo ha seguit...[LEGGI...]


La fabbrica mondiale
RISVEGLIO E CENTRALITA' DELLA CINA -  La globalizzazione avrebbe dovuto, secondo un'opinione assai diffusa, ridurre gli squilibri mondiali. La rapidissima industrializzazione della C...[LEGGI...]


La cartina dell'Europa del 1848
UNITA' D'ITALIA - L’imminente anniversario dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia stimola una riflessione sullo stato di salute della coes...[LEGGI...]


Alessandro Magno è uno degli archetipi di un Occidente guerriero e conquistatore.
"... per cavalcare, come Alessandro, fino ai confini dell'universo".

J.C. Rufin, L'impero e i nuovi barbari...
[LEGGI...]



Gli articoli pubblicati sono liberamente riproducibili, con l'obbligo di citare autore e fonte: www.geopolitica.info
Le foto sono in larga parte prese da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Qualora i soggetti o gli autori fossero contrari al loro utilizzo,
la redazione si impegna alla loro immediata rimozione previa richiesta all’indirizzo email redazione@geopolitica.info

www.geopolitica.info - Approfondimento sugli assetti geopolitici mondiali - sviluppo e globalizzazione
Powered by altastudio.it