Giuseppe SACCO – Se non ci fosse, nella storia politica del nostro paese, una figura che porta il suo tuo stesso cognome potremmo iniziare questa conversazione prendendo le mosse dalla politique politicienne delle più recenti settimane, dai boatos, dalle provocazioni e dalle polemiche sul cosiddetto “partito del Sud”.
E’ invece preferibile, e parecchio più nobile – e mi riferisco alla nobiltà della politica – avviare questa conversazione dall’altro capo, da quel tipo di impegno politico “meridionalista” che trovò nella figura di tuo padre uno dei suoi massimi esponenti. E per cercare di immaginare cosa egli direbbe oggi, di fronte a questo così anomalo rebondissement della eterna questione dei rapporti tra il Sud e il Nord del nostro paese. Anche se molti anni sono ormai trascorsi dalla sua scomparsa, non mi pare che sia questo un esercizio inutile. E’ chiaro però che il tempo è passato, e che occorre distinguere la tua analisi politica, le tue posizioni, la strategia che pensi di dover tenere nella tua personale attività politica, dalle ipotesi su come reagirebbe oggi Francesco Compagna di fronte ai nuovi termini – che mi paiono assai degradati – in cui si pone la questione meridionale oggi, anche di fronte ad un nuovo contesto internazionale che è molto diverso da quello di qualche anno fa.
Luigi COMPAGNA – Faccio una premessa, riguardo al mio rapporto con la memoria di mio padre: un rapporto molto libero e – penso – molto liberale. La sua eredita politica ed intellettuale non costituisce per me, né un peso, né una piuma, e non mi crea nessuna difficoltà ad occuparmi di questioni vicine a quelle cui egli ha dedicato gran parte della propria vita e della propria opera. D’altra parte, come è ovvio, non solo non rivendico nessun monopolio delle interpretazioni del pensiero di mio padre, ma neanche una qualsiasi priorità rispetto ad altri amici, figli, fratelli e studiosi.
Veniamo dunque all’oggi; e al contesto internazionale. Non c’è dubbio che il contesto internazionale, e specificamente tutto ciò che si è costruito in termini di organizzazione dei paesi europei – poco o molto che sia, di buono e di cattivo – rende irrimediabilmente “datato” l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, che ebbe un ruolo centrale all’epoca e nell’azione di mio padre. E proprio da ciò, da questa irrimediabile appartenenza al passato della storia e della memoria dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, partirei per rilevare quanto strumentale, asfittica, e un po’ meschina sia la discussione che si è aperta oggi in Italia. Per sottolineare come non sia compatibile col quadro internazionale.
Giuseppe SACCO – Un momento, però! Quello cui tu fai riferimento è il contesto europeo. Ma questo è solo una parte del quadro internazionale. Una parte indubbiamente assai rilevante di quello che oggi – non a caso – viene denominato “il contesto globale”. Ma appunto solo una parte. In una riflessione sul presente e sul destino delle aree economicamente arretrate, il “contesto globale” va oggi visto in un quadro assai più dinamico ed articolato che non nei tempi eroici dell’azione a favore del Mezzogiorno. Va visto in un quadro in cui è determinante non solo ciò che accade in Europa, ma anche ciò che accade nel resto del mondo, in quello che Churchill chiamava “il mare aperto”.
Questo quadro mondiale è rapidissimamnte mutato dopo di allora. Neanche le importati trasformazioni verificatesi nell’ambito dei paesi dell’Occidente, e nel loro profondamente mutato rapporto con i paesi dell’ex-blocco sovietico bastano a misurare la diversità rispetto al passato. C’è anche l’accresciuta complessità delle sfide economiche mondiali con cui debbono oggi misurarsi il nostro paese e il nostro sistema produttivo, soprattutto le nostre regioni più arretrate.
Luigi COMPAGNA – Indubbiamente! Se mi sono limitato a far riferimento al contesto europeo è per uno specifico richiamo al meridionalismo di mio padre, e degli altri esponenti della sua generazione che con questi temi hanno dovuto misurarsi. In quegli anni, l’orizzonte economico internazionale era soprattutto – se non esclusivamente – quello europeo, e il il contesto politico era il quello atlantico, e della guerra fredda in cui l’Occidente era implicato
Per quello che riguarda invece i mutamenti successivamente verificatisi nell’economia mondiale, va certamente ricordato che mio padre era ancora vivo e in piena attività quando apparve il Rapporto Brandt, che allargò la tematica Nord/Sud inserendola in una cornice assai più ampia, in cui era presente il Terzo mondo, i novi fenomeni di sviluppo etc. Ma dopo di allora. la mia impressione è che tutto il discorso sulle aree sottosviluppate sia cambiato. E ciò non può che rendere ancora più duro il giudizio sul tentativo di dar vita ad un meridionalismo vittimistico, rivendicativo si questa o quella piccola elargizione del governo, o decisione del CIPE. Questo atteggiamento non è mai stato molto produttivo, ma riprenderlo oggi mi sembra francamente grottesco, e ancor più modesto, ancor più meschino, ancor più asfittico che mai.
Giuseppe SACCO – La questione dello sviluppo, e degli squilibri territoriali, supera ormai l’ambito nazionale, cioè l’ambito in cui era rimasto sino ad allora in Italia. La questione dello sviluppo e del sottosviluppo non si può più porre nel solo contesto nazionale, come un semplice problema di intervento a correzione dell’arretratezza di alcune regioni nell’ambito di un paese che nel suo complesso è profondamente inserito nella fase di rapido progresso che l’intera Europa ha attraversato nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale. E non può più essere visto come un’azione di sostegno alle nostre regioni più arretrate, a “chi è rimasto indietro”, come oggi si direbbe.
Luigi COMPAGNA – Certo! Per queste e per altre ragioni, l’intervento straordinario non è più possibile. Questo tipo di intervento ha anche una precisa data di morte, che è il 18 aprile 1993. A quell’epoca c’era già un forte partito leghista che, tra Camera e Senato, contava 80 parlamentari. Fu così che alcuni esponenti politici e intellettuali avevano sostenuto i referendum proposti dal CORID, il Comitato per la Riforma Democratica creato agli inizi degli anni ‘90 dal giurista Massimo Severo Giannini: referendum che miravano oltre che alla riforma del sistema delle nomine bancarie, all’abolizione del Ministero delle Partecipazioni Statali, del finanziamento pubblico dei partiti, e dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno.
Giuseppe SACCO – Si tratta di esigenze che sono in parte ancora oggi insoddisfatte, in particolare sul finanziamento pubblico e le nomine bancarie …
Giannini era un convinto regionalista, e nel 1976 aveva presieduto la commissione ministeriale che preparò i decreti del Presidente della Repubblica sull’attribuzione alle Regioni delle loro funzioni. Furono perciò comprensibili le discussioni e i dissensi suscitate, in campo meridionalista, dal fatto che la risposta favorevole al quesito fosse appoggiata da personalità impegnate e civili, come Giuseppe Galasso che – come peraltro lo stesso Giannini – è facile riconoscere come appartenenti al nostro mondo. Di fronte però alle implicazioni che questi dissensi rischiavano di assumere, in un paese nel quale la Lega - da un solo senatore nella legislatura precedente – era arrivata a 55 deputati e 25 senatori, il governo Amato optò per l’abolizione della cassa del Mezzogiorno.
Giuseppe SACCO – Personalmente, non so con quanta clemenza la storia giudicherà questa ed altre decisioni prese in quegli anni da Giuliano Amato. E certamente trovo del tutto inaccettabile, e segno del più piatto conformismo nei confronti dei luoghi comuni che hanno avuto corso negli ultimi anni, descrivere la Cassa del Mezzogiorno come “il regno della nequizia, come la culla di tutte le nefandezze assistenziali, degli sprechi di ricchezza, dei finanziamenti a pioggia, delle cattedrali nel deserto, della corruzione, degli appalti truccati”, come “il paradiso in terra della mafia”, come “il simbolo del malcostume nazionale e del malaffare meridionale”. Io ero molto preoce nei miei interessi politici, e ricordo le trasformazioni introdotte nel Sud dall’azione della Cassa, e rifiuto con sdegno la rapida retorica della “Repubblica”.
Un luogo comune trovo particolarmente idiota, quello delle “cattedrali nel deserto”. Il Mezzogiorno allora era effettivamente un deserto, dal punto di vista delle infrastrutture e delle attività economiche moderne. Tuo padre descriveva le iniziative industriali che si installavano nel Sud con l’espressione “atterraggi industriali”. Si trattava infatti di investimenti veramente greenfield, che aprivano alla modernità produttiva un terreno industrialmente “vergine” per centinaia di chilometri. In queste condizioni, era inevitabile che ogni impianto fosse praticamente autosufficiente, sciolto da interdipendenze produttive a monte e a valle, dato che – almeno nella fase iniziale – non esisteva la possibilità di trovare in loco né fornitori di beni o di servizi, né subappaltatori di lavorazioni. Era perciò proprio il deserto industriale che si veniva a dissodare che rendeva necessario che ogni impianto fosse un gigante autosufficiente, una vera e propria “cattedrale”.
Luigi COMPAGNA – Io sono nato troppo tardi per conoscere de visu le conseguenze dell’attività della “Cassa”. Di queste questioni che hanno fatto la mia infanzia e le tua giovinezza conosco soprattutto i bilanci che, in conclusione, se ne fecero. Ricordo in particolare una seduta notturna del 1993, in cui – ero un giovane Senatore – ebbi il privilegio di ascoltare un intervento di Gerardo Chiaromonte, che sarebbe scomparso di li a poco, e che di quello che si chiamava allora il PDS era il Capogruppo.
Chiaromonte, a conclusione di tutta una serie considerazione storiche su vicende, schieramenti, uomini e cose che avevano segnato quegli anni fece un’affermazione che non ho mai più sentito fare nei 15 anni successivi con altrettanta chiarezza e risolutezza. Egli disse l’intervento straordinario nel Mezzogiorno era già morto. E non ne collocava la fine alla data del provvedimento Amato del 1992, ma nel 1970 quando erano state create le Regioni. Era una osservazione assai acuta, perché sono stati proprio il modo e i tempi con quali si sono fatte le regioni che hanno determinato la fine della questione meridionale come questione nazionale, e del meridionalismo come grande tema politico. Qui torno al flash back. Tu mi potresti domandare: come mai uno come mio padre non solo non sembra essersene accorto, ma anche come mai non sia diventato un anti-regionalista.
Giuseppe SACCO – Io ricordo però che tuo padre disse a quell’epoca: il vero problema è che è in pericolo l’unità del Mezzogiorno.
Esatto! C’erano, nell’approccio di mio padre alle grandi questioni economiche, molti spunti salveminiani, un po’ meno di spunti sturziani, e pochissimo dei sentimenti anti-Risorgimentismo alla Guido Dorso. Il suo punto di riferimento era Giustino Fortunato, che poneva al centro della questione il rapporto tra il Mezzogiorno e lo Stato unitario. Da un punto di vista di pragmatismo riformatore concreto direi poi che il riferimento di mio padre era Nitti, anche la sua visione di Napoli. Del resto “Nord e Sud” è una testata che risale a Nitti.
Mio padre viene rubricato come un regionalista, a differenza dei Liberali del PLI, che vengono rubricati come antiregionalisti. Però prima di arrivare alle polemiche di mio padre sulle insufficienze delle regioni “realizzate”, ed effettivamente operanti, io ricorderei un libro a te ben noto, “L’Europa delle Regioni”, e il contesto nazionale internazionale in cui si collocano tale libro ed il “meridionalismo regionalista” che ispira quel libro. Siamo alla metà degli anni ’60.
E se oggi si va a rileggere quel libro, vi si trova innanzitutto l’esperienza di chi guarda alle regioni non come gius-costituzionalista, ma come uomo politico pubblico che ha già avuto un’esperienza nel Comitato regionale di programmazione della Campania, della sua regione. Non basta, è evidente che egli ormai guarda al processo di sviluppo economico con occhi nuovi, dovuti anche ai progressi della ricerca in questo campo. E qui mi permetterai di ricordare il tuo contributo – di te, Professor Sacco –, alla tua esperienza francese, all’intervista, pubblicata su “Nord e Sud”, al Ministro della Ricerca, il fanfaniano Arnaud, al libro che tu hai scritto nell’estate del 1967, “Il Mezzogiorno nella politica scientifica”.
Se si guarda a tutto ciò, appare evidente che mio padre pensava allora non ad un’Italia spezzetata in 21 regioni, ma ad un sistema di articolazione regionale fondato su un numero molto minore, forse un terzo, di regioni territorialmente assai più grandi.
Giuseppe SACCO – Egli riassunse allora questa posizione nella formula “più province e meno regioni”. E non mancò qualche stupido giurista socialista napoletano che interpretò queste parole come un’espressione di ostilità alla riforma regionale
Luigi COMPAGNA - Nel ‘68 mio padre – da intellettuale che era – diventa parlamentare, politico. In questo suo nuovo ruolo, e con queste sue nuove responsabilità, egli si trova in assoluta consonanza ed omogeneità, con l’altra personalità che, secondo me, si può considerare un fortunatiano e un nittiano: Ugo La Malfa. Mio padre è molto tiepido sulle regioni e dal ‘72 in poi inizia la sua polemica sul pan regionalismo, sulle compagnie dialettali. E comincia ad accusare il regionalismo, imputa alle regioni la colpa di far venire meno l’unità della questione meridionale.
Ciò è anche frutto di una specifica esperienza parlamentare e – mi permetto di dire – anche di governo. Mio padre si trova dal principio degli anni settanta ad essere Sottosegretario di Stato agli interventi straordinari del Mezzogiorno. Ed ha il compito, che – come personalità civile – avverte come un onore, di rappresentare a Bruxelles il Ministro delle Regioni e il governo italiano nel suo insieme. In quella sede, dove in quel momento l’Italia è rappresentata da un suo amico di infanzia, l’ambasciatore Renato Ruggiero, napoletano ed europeista come lui, mio padre si oppose molto vivacemente alla proposta di creare un tavolo negoziale con le Regioni meridionali. A ciò risale la formula cui tu accennavi: “più province e meno regioni”.
Giuseppe SACCO - In altri termini, non è pensabile oggi rilanciare – proprio ad iniziativa, poi, di forze impegnate nei governi ragionali – un meridionalismo che conti sull’intervento dello Stato centrale. Troppo radicale è stato il capovolgimento di prospettiva tra il regionalismo e il meridionalismo drgli anni eroici.
Luigi COMPAGNA - La storia del rapporto tra meridionalismo e regionalismo va vista da vicino, se vogliamo valutare correttamente le possibilità del presente, e i loro limiti. Apro perciò, a questo punto,un’altra parentesi. Ma non divago, si tratta di una questione strettamente connessa.
Andiamo a vedere meglio come l’istituto regionale viene introdotto nella Costituzione Italiana repubblicana. In questa fase, mio padre era ovviamente troppo giovane per essere coinvolto. Vi è coinvolto, invece, Ugo La Malfa, che si troverà di fronte a sfide e forze che né Salvemini né che non è , avrebbero potuto immaginare.
Al momento in cui l’Assemblea Costituente si riunisce, l’Italia si trova di fronte a una sfida vera e pericolosa: la minaccia del separatismo siciliano. Ed era questo un fenomeno vero e radicato. I Costituenti erano di fronte a qualcosa cui nessuna intervista di Calderoni, neanche amplificata mille volte dal telegiornale, può neanche lontanamente rassomigliare. Il separatismo siciliano ha dietro di se la struttura sociale che la Sicilia ha ereditato dalla sua tardiva ed incompleta eversione del sistema feudale; ha dietro si se i principi e i baroni; ha dietro di se la Mafia, i suoi sviluppi oltreoceano ed i rapporti che questa ha tessuto col potere politico e militare americano. Per di più, il separatismo può far affidamento su una leadership potenziale, che non è quella del barone Tasac di Almerita, o del principe Giovanni Alliata di Montereale, bensì quella di Vittorio Emanuele Orlando, che siede all’Assemblea Costituente con aria distaccata e quasi distratta, come attendendo che venga la sua ora.
In quella drammatica circostanza, quella che possiamo chamare l’élite dei siciliani d’Europa o degli europei di Sicilia – di cui fanno parte Uogo La Malfa, Mario Scelba, La Loggia pater, eccetera – giunse alla conclusione di risolvere il problema politico del separatismo attraverso lo strumento della Costituzione, concedendo alla Sicilia uno statuto di autonomia regionale. Fu un cedimento, per ottenere una soluzione politica.
Giuseppe SACCO – Con un prezzo economico e sociale assai forte, tuttavia. Perché il punto centrale della larghissima autonomia concessa all’isola è stata l’attribuzione alla legislazione regionale nientemeno che della riforma agraria, cioè della riforma che avrebbe dovuto rispondere alle tradizionale fame di terra degli strati popolari siciliani, e ai rapporti sociali semifeudali sopravvissuti al Risorgimento, e che fanno la società siciliana così dissimile da quella dell’Italia continentale. Anche se vanta 115 000 ettari redistribuiti e 18 000 famiglie beneficiarie, la riforma agraria in Sicilia non ha infatti prodotto gli effetti di rinnovamento e di sviluppo della piccola proprietà coltivatrice che si sono avuti nel Mezzogiorno continentale.
Il separatismo siciliano aveva dunque una base economica e sociale assai forte, in senso più che conservatore, di preservazione di una situazione sociale intollerabile nell’Europa del ventesimo secolo, e reazionario addirittura rispetto alle aspirazioni avevano reso popolare in Sicilia l’idea dell’unificazione nazionale. Le stesse Camicie Rosse sbarcate a Marsala con Garibaldi dovettero – come ha scritto Nino Bixio – “far da carabinieri” per evitare che i Siciliani che si erano uniti ai Mille occupassero le terre dei grandi latifondisti. Il leghismo del nord non può essere in alcun modo confrontato ad un movimento determinato da uno scontro di classe di tale durezza. Esso non ha poco o nulla del sentimento “austriacante” sopravvissuto in alcune zone del Nord-Est dopo l’Unità. Si tratta di una reazione rozza e becera quanto si vuole, ma di una reazione di oggi a problemi di oggi.
Luigi COMPAGNA - Esatto! Il secessionismo di Calderoni, Bossi etc persino nel periodo più animalesco della Lega non ha mai avuto, anche per come era andata la vicenda della Liberazione, la forza politica che aveva avuto il movimento separatista siciliano. Ed è per soddisfare le classi dominanti in Sicilia che nasce l’idea, successivamente inserita nella Costituzione della Repubblica, del decentramento regionale. Questa sua origine totalmente politica marcherà per sempre l’istituzione, quando il dettato costituzionale verrà infine tradotto in legge..
Giuseppe SACCO – Nel suo delirio polemico contro l’ipotesi di un’azione del governo nazionale a favore del Mezzogiorno, “Repubblica” accusa “il pur acculturato Tremonti” di dimenticare o ignorare che “nella Sicilia dello Statuto speciale del dopoguerra, la Cassa del Mezzogiorno fu vissuta come un vulnus grave all'autonomia decretata per la regione nel 1946”. Et pour cause! verrebbe da dire. Era un vulnus perché minacciava l’accordo gattopardesco che garantiva alle classi dominanti dell’isola che nulla, col passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, sarebbe cambiato nella sostanza, mentre tutto in apparenza cambiava.
Luigi COMPAGNA – E fammi aggiungere che anche all’origine della decisione che diede attuazione all’istituzione regionale, delle Regioni a Statuto ordinario, ci sono motivazioni altrettanto politiche quanto quelle che portarono all’autonomia della Sicilia sono, negli anni ’70. Che cosa accade? Accade che i socialisti nella loro genericità di agenda riformatrice vogliono delle regioni……
Giuseppe SACCO – I socialisti le volevano, e le volevano subito, anche come “garanzia” al loro passaggio dall’alleanza con i Comunisti al centro-sinistra. Essi pensavano che questo nuovo equilibrio politico al centro potesse in qualche modo essere controbilanciato con le alleanze nei governi regionali. La decisione di dare attuazione all’ordinamento regionale previsto dalla Costituzione, mi sembra in gran parte un sottoprodotto della cosiddetta “apertura a sinistra”. Un “prezzo” che i Socialisti del tempo imposero ai partiti di centro, e che non era poi neanche sgradito ai loro ex-alleati Comunisti… tutt’altro!
Luigi COMPAGNA - Le regioni nascono infatti a seguito delle forti pressioni da parte dei Socialisti, e vengono poste in essere in una maniera che si colloca completamente fuori dal dettato e dalla previsione costituzionale. Esse nascono su quello stesso terreno politico che aveva costretto l’Italia ancora non dotata di una Costituzione a fare della Sicilia, con un Decreto regio, quel vero e proprio mostrum che è la Regione a Statuto Speciale; un mostrum dietro le cui ragioni e la cui logica erano presenti molti e diversi problemi: la Mafia in via di ricostituzione, il rapporto con gli Stati Uniti,…ecc. E in questo particolare humus, le regioni fioriscono e si moltiplicano, e finiscono per essere ben 21, ciascuna delle quali accorpa un numero spesso assai piccolo di Province.
Nel pensiero dei Costituenti, le regioni dovevano invece essere tutt’altra cosa. Esse erano originariamente state pensate come organismi di programmazione e di legislazione, tutto tranne che di gestione. E malissimo, per le regioni, viene fatta anche la manovra finanziaria; il tutto in un clima in cui era presente una buona dose di superficialità. Basta pensare alle pretestuosità, alla superficialità ed alla demagogia che caratterizzò l’opposizione e l’ostruzionismo dei liberali. E appena nate, e tanto più via via che vanno crescendo e maturando, esse altro non sono divenute altro che dei grandi Municipi, delle piccole Amministrazioni Comunali ingrandite mediamente 400 o 450 volte. Ma non sono riuscite, né mai riusciranno in seguito, ad interpretare il loro ruolo secondo l’assetto costituzionale.
Giuseppe SACCO – Insomma, le regioni sono sin dall’inizio “des monstres naissants”, come Racine scrisse di Nerone bambino: nuovi enti territoriali che hanno sussunto molte funzioni dei Comuni, hanno quasi svuotato di ruolo le Province e i loro affollati ranghi elettivi ed amministrativi, e si sono viste progressivamente conferire funzioni che erano - a non possono non essere – proprie dello Stato. E tutto ciò, mentre servivano a “sistemare” tutta una fascia di personale partitico, moltiplicando il peso e l’influenza disorganizzativa e corruttrice di quelle classi egemoni del Mezzogiorno per le quali Giustino Fortunato nutriva così poca stima.
Luigi COMPAGNA - Le Regioni hanno finito per essere organi di centralizzazione, esercitando a loro volta sui comuni e sulle province un centralismo gestionale. Tanto è vero che uno come mio padre, che poteva ormai essere considerato un regionalista pentito, non ha difficoltà ad accettare la subordinata di Ugo La Malfa: “sì alle regioni, ma a condizione di abolire le province”. Questo suggerimento non venne però seguito, e il quadro divenne successivamente ancora più negativo, quando viene approvata la legge finanziaria regionale, la cosiddetta Legge Scelba, con cui venivano conferite alle regioni competenze che erano veri e propri spezzoni di stato centralizzato: una manovra che ha fatto dell’istituto regionale un fallimento ancora più completo, anche come organo di decentramento.
Insomma, mio padre e i democratico-liberali come lui – e probabilmente anche tu, che avevi vissuto a lungo in Francia, avevi visto da vicino la riorganizzazione dello Stato francese con la Quinta Repubblica, e che studiavi lo sviluppo regionale di Santa Clara County, che più tardi diventerà Silicon Valley –, vi siete trovati di fronte, nell’ordinamento dell’Italia, ad un nuovo ente territoriale che è un pastrocchio dal punto di vista istituzionale, anzi un mostro da qualunque punto di vista, e che rendeva estremamente più complessa la lotta contro l’arretratezza economica e civile del Mezzogiorno. In quelle condizioni, nel nuovo assetto istituzionale – aveva ragione Chiaromonte ! – il meridionalismo non era più possibile, la questione meridionale non poteva più essere impostata come grande questione nazionale.
L’idea che è stata alla base della scelta di De Gasperi e del Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, a favore della creazione della Cassa per il Mezzogiorno, era assai simile a quella che era stata molti anni prima quella di Giustino Fortunato. Ed era un’idea che partiva da una ben giustificata sfiducia negli enti locali, sfiducia nella partecipazione territoriale alla democrazia. Ma dopo la creazione e la forma che hanno preso gli enti regionali non poteva avere più corso.
Ed è a quel punto che la Cassa del Mezzogiorno entra nel suo periodo meno prestigioso, nella sua ultima stagione, e diventa una semplice Agenzia; diventa cioè dispensatrice di incentivi, ma non è più soggetto operativo che realizza lavori pubblici, grandi iniziative di irrigazione, stradali, di bonifica etc. etc
Giuseppe SACCO - Insomma, aveva ragione Chiaromonte. Ma consentimi un’osservazione: chi era Gerardo Chiaromonte, il compagno Chiaromonte, se non l’intellettuale comunista che aveva tentato di riprendere e di imitare, nell’ambito e nei limiti della propria cultura politica, l’esperienza e le tematiche imposte da “Nord e Sud”? La sua rivista “Cronache Meridionali” era da un lato una specie di sottoprodotto della battaglia delle idee imposta da tuo padre, e dall’altro un concorrente che tentava di inventare un meridionalismo comunista da contrapporre a quello liberal-democratico. Ma contemporaneamente, il PCI aveva favorito, e continuerà a favorire sino ad oggi, la riforma regionale, che Chiaromonte ha ex post indicato come la tomba del meridionalismo.
Luigi COMPAGNA – Il nucleo della questione è tutto qui. Tutto ciò, tutta la crisi del meridionalismo, avviene perché si appanna irrimediabilmente l’idea di Fortunato, il rapporto tra Mezzogiorno e lo Stato. Dopo di allora, lo Stato è concepito come un semplice sportello: ma lo stato nazionale non può essere sportello! Non può non avere una linea strategica di iniziativa e di spesa.
Eppure questa ideologia e questa concezione dello Stato come sportello si afferma rapidamente. E addirittura stravince la partita quando, negli anni ottanta, si manifesta il fenomeno leghista. Di fronte a questo elemento nuovo sulla scena politica italiana si innesca, tra i due schieramenti che avevano fino ad allora occupato quasi integralmente la scena politica, una vera e propria gara a chi si accorpa meglio con i rozzi valligiani di Bossi. Dopo le elezioni del 1996, in particolare, da cui il centro sinistra é uscito vincitore, il PDS si impegna in un corteggiamento estremamente serrato della Lega, che si trova in una fase iniziale della sua avventura politica, in cui non ha ancora sciolto il nodo delle sue alleanze, anzi non ha ancora deciso dove e come collocarsi politicamente.
Gli ex comunisti, anzi, fanno di più. Spianano il terreno alla Lega. E come lo fanno? Colpendo a picconate e demolendo lo stato nazionale. Basta ricordare la legge Bassanini e riforma della Costituzione. Altro che le picconate di Cossiga!
Giuseppe SACCO - C’è dunque, secondo te, un gruppo di leggi volute dal centro-sinistra, e che possono essere considerate un insieme coerente. E la loro l’ispirazione è quella di fare concorrenza alla stessa Lega sul terreno anti-nazionale, per svuotarla del suo rozzo e provinciale appeal e in prospettiva rubarle l’elettorato. E’ una interpretazione gravida di un significato assai pesante.
Agli ex-comunisti non sarebbe dovuto sfuggire il fatto che l’elettorato in cui nascono mettono radici i primi nuclei della Lega, è un elettorato delle aree alpine e prealpine. E che tutta questa fascia di valli tradizionalmente isolate – che coprono Italia, Svizzera, Austria e Francia, e che non a caso sono in gran parte governate su base cantonale – è investita, dopo l’esplosione dei nuovi mezzi di comunicazione e dopo la “morte della “distanza” che ne è conseguita, da un generale fenomeno di rigetto della modernità.
Un fenomeno analogo al leghismo infatti si manifesta anche in Svizzera, col grande e perdurante successo della destra xenofoba di Christoph Blocher, che è riuscito a portare in posizioni chiave di governo la sua Union démocratique du centre (UDC) e ad ottenere una schiacciante maggioranza (68%) ai referendum con cui gli Svizzeri hanno accettato un doppio giro di vite sulla presenza straniera e sul diritto di asilo. Né può sfuggire agli ex-comunisti che lo stesso fenomeno si produceva anche in Austria, con Jorg Heider, e che in Francia i dipartimenti al confine con la Svizzera davano altissime percentuali al Front National. Insomma non gli può sfuggire la natura profondamente reazionaria dei regionalismi, che tuo padre ha sempre denunciato, e quindi il fatto che rincorrendo la Lega andavano contro ogni loro tradizione e giocavano – come ancora oggi giocano – col fuoco.
Luigi COMPAGNA – Non so se in Italia qualcuno avesse così chiara consapevolezza di come il caso della Lega faccia parte di questo fenomeno internazionale che tu descrivi, di un rigetto della modernità e della globalità trionfante da parte delle società alpine, da sempre abituate all’isolamento nelle valli. Certo è che, da parte della sinistra italiana, di questo si tratta, di una rincorsa alla Lega e ai suoi voti. Le leggi ispirate da Bassanini, e la riforma della Costituzione del 2001, sono il risultato concreto di questa rincorsa. Pochi sanno, per esempio, che – come conseguenza di questa onda di attacchi demolitori – oggi non esiste più il provveditore gli studi. Io lo so perché per cinque anni ho fatto parte della Commisiione Pubblica Istruzione). Il Provveditore è stato dunque eliminato, ma siccome poi la Regione non ha competenza sulla scuola, questa rimane governata dal Ministro della Pubblica Istruzione, solo che questo però non dispone più delle sue articolazioni territoriali. E la situazione è poco migliore al Ministero degli Interni, col prefetto che è diventato una specie di passacarte. E poi, tutto si stabilisce ormai per co-decisone: si moltiplicano le conferenze stato-regione, in un processo che ormai non è più regolato da niente,
Giuseppe SACCO – Insomma, lo Stato viene messo in ginocchio di fronte ad una miriade di altri poteri locali dalle competenze maldefinite …
Luigi COMPAGNA – Quale è il senso di tutte le varie leggi riconducibili al nome di Bassanini? Il senso è: scavalchiamo e precediamo la Lega: ristrutturiamo i meccanismi decisionali come se il federalismo già ci fosse; distruggiamo quel che resta dello stato risorgimentale. Una vergogna totale.
Paradossalmente, se si arriva ad una modifica della Costituzione che è ancora più estremista, è perché la Lega sceglie Berlusconi come alleato. Allora, quasi per rappresaglia, la sinistra vara la riforma del Titolo V della Costituzione che viene pretestuosamente giustificato col federalismo ed altri luoghi comuni del genere. Soprattutto, viene deliberatamente eliminata ogni tematica meridionalistica, anzi la stessa parola “Mezzogiorno” viene fatta scomparire dal dibattito politico.
E veniamo al dibattuto politico di oggi. Il meridionalismo come corrente intellettuale e politica, nella tradizione Fortunato etc., è sempre stato un’aggregazione di forze diverse attorno ad un grande tema nazionale. Mio padre, e ovviamente anche lo stesso Ugo La Malfa ci teneva a dire che era meridionalista, anzi a definirsi come tale. E, in quanto meridionalista, era a Milano che andava a parlare: a porre nella regione più sviluppata del Paese il problema dell’unificazione economica dell’Italia. Ma non avrebbe mai partecipato, in sede di congresso, o anche in sede parlamentare, ad una riunione a latere, in cui si riunissero, a parlare della questione meridionale, i soli dei rappresentanti del Mezzogiorno.
E riguardo al dibattito odierno, va fatto osservare che, comunque, un piccolo “partito del Sud” esiste già da parecchi anni; una formazione politica fatta ad imitazione della Lega, e allo stesso tempo in competizione con essa. Ed è il Movimento per l’Autonomia, creato e capeggiato da Raffaele Lombardo.
Giuseppe SACCO – Ma qui c’é è una contraddizione in termini! E’ impossibile che la battaglia di un movimento politico-culturale che si poneva come obiettivo il completamento del Risorgimento attraverso l’unificazione economica del Paese venga oggi ripresa da una “Partito del Sud” fatto ad immagine e somiglianza della Lega. E poi ci sono ragioni strutturali ancora più forti che impediscono che un ipotetico “Partito del Sud” – sia pure costruito ad imitazione della Lega – possa imitarne la linea politica. Le due realtà economiche e sociali del Sud e del Nord sono troppo diverse. E diverse sono in maniera ancora più netta e radicale le condizioni della Sicilia e del Veneto, le due regioni che sono al cuore di questi due “leghismi” contrapposti.
Luigi COMPAGNA - Hai ragione: la Lega nasce come risultato di un capovolgimento della “questione meridionale”, che diventa questione settentrionale, proprio perché la situazione meridionale si avvita su se stessa, e si degrada la qualità dell’azione a favore del Sud. All’origine è un fenomeno di opposizione, di contestazione.
Giuseppe SACCO – Un momento! Nella misura in cui il leghismo è un fenomeno di contestazione politica, esso è rivolto contro il centralismo, non contro il Sud e i meridionali. Quella che è sin dall’nizio più violentemente contestata è “Roma ladrona”. Le provocazioni sulla scuola in dialetto, sui napoletani puzzolenti, eccetera, sono assai poco significative da un punto di vista politico. Servono solo per corteggiare la parte più primitiva e selvaggia del Nord, quella che fino all’alluvione del Polesine – e, sia consentiro di sottolineare – sino al massiccio intervento dello Stato centrale viveva in baracche su palafitte, in condizioni di totale abiezione materiale, e ancor più di abbrutimento morale.
Luigi COMPAGNA – Eppure, la tentazione di imitare la Lega esiste! Sai chi è stato, alla riunione della Svimez, a metà Luglio, a pronunciarsi in questo senso? Sai chi è che ha ripreso lo slogan del “partito del Sud” ? Sono stati Bassolino, Vendola e Loiero.
Giuseppe SACCO - Non potrebbe essere stata una mossa a carattere tattico? Non potrebbero averlo fatto solo per battere sul tempo la destra, e ridurre l’utile politico che essa potrebbe trarre da un simile approccio?
Luigi COMPAGNA – Non credo. A destra la minaccia di una “scissione meridionale” viene ventilata soprattutto come strumento interno di rivendicazione.
Giuseppe SACCO - C’é però un elemento assai torbido in questo embrione di partito del Sud. Non è solo un gruppo di potere come quello che si raccoglie attorno a “Repubblica” che fa l’occhiolino alle memorie e alle tentazioni indipedentiste, evocando il vulnus che la creazione delle Regioni avrebbe inflitto ai post-separatisti siciliani. Se un quotidiano che finge di essere “di sinistra”, solleva oggi un tale grido di dolore per i feudatari siciliani, d’altra parte nel 2008, durante una manifestazione al Palasport di Acireale da cui partì la campagna elettorale del Mpa, è stato fatto sventolare il vessillo dell'EVIS, il famigerato “esercito della lupara” che ammazzava i Carabinieri dello Stato italiano e i contadini che festeggiavano pacificamente il Primo Maggio. C’è da chiedersi a che gioco si stia giocando.
Luigi COMPAGNA – Non affronterò qui la questione se la Sicilia sia una regione, o una nazione. Quel che è certo è che, oggi come oggi, la Sicilia pesa parecchio nella vita politica ed elettorale italiana. Ed è sotto questo profilo che, l’anno scorso, Berlusconi si trova ad affrontare il problema della Sicilia. Il principale esponente dell’UDC nell’isola, Totò Cuffaro che, per il centro-destra, era stato Presidente della Regione Sicilia dal luglio del 2001 al Gennaio del 2008, non è più candidabile, per ragioni giudiziarie
Ma neanche il leader regionale di Forza Italia Micchichè è candidabile, perché ha attaccato Cuffaro. E in Sicilia, perché il centro-destra possa vincere, è indispensabile avere con l’UDC almeno un rapporto di buon vicinato. E ciò pone un problema a Berlusconi non perché a lui importi molto chi governi la regione Sicilia, ma perché – nelle elezioni politiche del 2008 – in Sicilia c’è in gioco un pesante “premio” per il Senato, tanto pesante da poter essere determinante in sede nazionale.
Nasce così la candidatura di Raffaele Lombardo, un politico locale di lungo corso, capo del Movimento per l’Autonomia, che alle elezioni precedenti aveva concluso un patto di alleanza con la Lega, e che può contare Enzo Scotti tra i suoi punti di riferimento politici a livello nazionale, Lombardo ….
Giuseppe SACCO – Questo però è un vero “quarto di nobiltà” dal punto di vista del meridionalismo tradizionale! Enzo Scotti è una figura storica, che all’epoca eroica della “Cassa” e di Giulio Pastore, era stato Segretario del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. La sua rivista “il nuovo osservatore” era un importante punto di riferimento della sinistra democristiana.
Luigi COMPAGNA – Lombardo riesce così a far uscire il suo partito dal mero ambito siciliano. E mostra la propria gratitudine al Presidente del Consiglio, che ha sostenuto la sua candidatura a Palazzo dei Normanni, creando un movimento destinato a fiancheggiare il PdL. Anche se i voti raccolti sul continente non sono molti, gli eletti sono in numero sufficiente per costituire un partito autonomista sul modello della Lega. Si chiama Movimento per l’Autonomie ed è, di fatto, il partito del Sud.
Ma se lo scopo elettorale è raggiunto, e il debito con Berlusconi ripagato, la formula del Partito del Sud, che ha un suo appeal demagogico, fa sì che di l’MpA diventi, all’indomani delle elezioni, una un comodo porto d’attracco per tutti gli scontenti del PDL, di chi non è riuscito a diventare ministro, chi perché non accetta i complessi equilibrismi cui il caso Englaro ha costretto Berlusconi, eccetera
Alla situazione politica confusa creata, nel centro-destra, dalla contrapposizione ed imitazione reciproca di localismi del Nord e del Sud, si aggiunge – nell’altro schieramento – un nuovo e per certi veri analogo elemento: un elemento che scaturisce dal fallimento assoluto dei governi regionali di centro sinistra. In Puglia, Vendola, Loiero in Calabria, e Bassolino in Campania presentano risultati fallimentari; e cercano di mascherarlo, arroccandosi il più possibile sul regionalismo come gestione.
Giuseppe SACCO – Insomma, parafrasando il celebre moralista inglese Samuel Johnson potremmo dire che il regionalismo esasperato è l’ultimo rifugio …..
Luigi COMPAGNA – Cercano una scappatoia nel regionalismo come gestione. Così, per esempio, se al Nord la Lega cerca di sostituirsi allo Stato con le ronde padane, Bassolino – cui purtroppo la legislazione sulle Regioni consente di farlo – favorisce la costituzione di cooperative di ex detenuti, volontari della sicurezza, le cosiddette “casacche gialle di via Calabritto”. Iniziative che, con tutto il rispetto e con tutta la sensibilità per la condizione umana dell’ex detenuto, appaiono per lo meno discutibili. Solo una interpretazione assolutamente aberrante della Costituzione può far accettare che, siccome il turismo è stato dichiarato di competenza regionale, si possa giungere ad organizzare questo tipo di “protezione della sicurezza individuale”. E poi è già di per se miope e ridicolo considerare il turismo, nel Mezzogiorno come altrove, una competenza regionale. Il turismo è sempre più un grande fenomeno a forte carattere internazionale, e non sarà certo fornendo questo tipo di servizi che esso potrà essere sviluppato e potenziato.
In realtà, c’è un errore di fondo. La legislazione, per i motivi che abbiamo visto ha, negli ultimi anni, sempre più valorizzato il principio della potestà concorrente. Il regionalismo vero e serio implicherebbe invece una dialettica di poteri sostitutivi, il cosiddetto strumento della sussidiarietà: di questo è competente Tizio; se Tizio non lo fa subentra Caio. E in tutti i conflitti che inevitabilmente si creano con questa assurda logica di co-decisione, l’ultima via d’uscita è a carattere giurisdizionale, in pratica la Corte Costituzionale. E così la carta principale e vincente del gioco diventa quella del Commissariamento, che è quanto di più centralista e giacobino possa esistere: se la sanità non funziona, la soluzione è quella di nominare un Commissario, normalmente nella persona del Presidente della Regione.
Se non fosse che, con questa logica, siamo veramente andati alla catastrofe, ci sarebbe da concludere che ogni tentativo del Sud di contare politicamente di più facendo il verso al Nord, organizzando movimenti o partiti sul modello della Lega, fa semplicemente ridere. Ma ogni forma di ribellione stile Masaniello guidata da Niki Vendola fa, in definitiva, ribrezzo.
Giuseppe SACCO – Posso spezzare una lancia a favore della Lega? La fondamentale difficoltà per chi cerca di creare un Partito del Sud sta nella non-imitabilità della Lega. La differenza tra la situazione politica del Mezzogiorno e quella del Nord, che ha fatto avere un così grande successo all’iniziativa di Bossi, consiste secondo me nel fatto che il voto della Lega, pur in tutta la sua volgarità e brutalità, è un voto a suo modo “europeista”. Il voto per la Lega si può fondamentalmente interpretare come l’espressione di una parte del paese che pensa di avere tutte le caratteristiche per non perdere il treno dell’Europa, e che teme che l’Italia nel suo complesso, giocando come un unico grande paese, possa non farcela.
Ma se ciò è vero, se si tratta di un voto che esprime la volontà della parte più sviluppata del paese di restare in ogni caso parte integrante dell’Europa in via di unificazione e di restarlo assieme al resto d’Italia, se possibile, o anche senza, se necessario – è chiaro che nessuna imitazione è possibile al Sud. Il Sud non può che restare aggrappato al principio dello Stato unitario, e al suo tentativo di partecipare meglio che può al “nucleo duro” dell’Unione Europea. E se di recente si nota una certa evoluzione una certa evoluzione della Lega verso un partito più nazionale e meno “separatista”, è per via di due fenomeni che sembrano aver reso meno drammatica ed urgente l’operazione di “saltare sul predellino” del treno europeo. Da un lato c’è stato l’obiettivo successo dell’inserimento dell’Italia – dell’Italia intera – nell’area e nel sistema dell’Euro. E dall’altro ci sono un manifesto rallentamento e crescenti difficoltà del processo di unificazione, che hanno fatto un po’ scemare l’angoscia di veder partire quel treno senza di noi.
E poiché stiamo parlando bene della Lega, vorrei anche aggiungere che mi sembra di vedere ed anche una certa tendenza ad rispondere a questioni sentite dalla popolazione a livello nazionale, e non più solo del Nord. L’accenno di Bossi alla possibilità che l’Italia riveda la propria posizione sull’Afghanistan è chiaramente un segnale lanciato a tutti coloro che cominciano a preoccuparsi per le crescenti difficoltà a controllare quel paese fieramente indipendente con la forza militare. E cò è tanto più significativo in quanto queste preoccupazioni non trovano nessuna eco nelle altre forze politiche: neanche nell’opposizione “di sinistra”, come sarebbe ovvio se l’Italia fosse “un paese normale”, con una sinistra “normale”.
Ci sono poi le ben più significative polemiche col Vaticano. Anche in questo caso, Bossi – pur così radicato nel (un tempo cattolicissimo) Veneto – chiaramente tende a farsi interprete di un crescente risentimento dell’opinione pubblica per l’appiattimento sulle posizioni di Benedetto XVI di una parte della maggioranza e della totalità delle opposizioni.
Luigi COMPAGNA – Un parallelismo con le vicende europee è evidente, se si ricostruisce la storia del movimento leghista. Nel 1992, quando i liberali sono 20 tra Camera e Senato, i leghisti sono già 80, siamo chiaramente sulla scia di Maastricht. Tieni presente che poi Maastricht era qualcosa di molto impegnativo, in cui c’erano molte altre cose, oltre la moneta unica.
Dopo il balzo in avanti imposto da Helmut Kohl e da Mitterrand al processo di unificazione, il sentimento di una parte del paese è di allarme. Nelle regioni dell’Italia continentale, molto più integrate nel tessuto produttivo dell’Europa “lotaringica” di quanto non sia – e non possa essere – la parte più propriamente peninsulare del Paese, ci si dice: qui c’è un appuntamento decisivo; c’è una possibile scelta di civiltà, di benessere e di libertà con l’Europa. E questi “terroni” così distanti e così poco integrati rischiano di farcela perdere.
Di fronte a questa impostazione del progetto politico che va sotto il nome di “Padania” l’unica cosa che il Sud può dire é: attenzione! Non è vero che la Padania possa cogliere più facilmente dell’Italia unita l’Occasione dell’Europa. Perchè l’Italia ha un prestigio che nessuna Padania potrà mai avere. Ma non è questo il discorso dei Bassolino e dei Loiero …… non c’é nulla di ciò nel loro accattonismo pseudo-meridinalista.
Giuseppe SACCO – Certo, il Sud non dispone di un’alternativa all’Europa. Non possiamo dire: “faremo da soli. Né possiamo dire: noi ce ne andiamo con Gheddafi.
Ma il Sud, se fosse meglio rappresentato politicamente, potrebbe anche far notare che, negoziando con i partners europei come un solo grande paese europeo, gli Italiani possono contare di più, ed ottenere di più, in quel negoziato e braccio di ferro permanente che è il processo di unificazione europea. Insomma, l’Italia unita può puntare più in alto; mentre divisi divisi andiamo tutti allo sbaraglio di fronte a paesi, come la Francia, che non hanno mai visto di buon occhio – e in fondo in fondo non hanno mai accettato – l’unificazione nazionale italiana, e già si muovono attivamente per accaparrasi le spoglie di una eventuale disfacimento dell’opera del Risorgimento. Insomma, gli esponenti politici e cultuali del mezzogiorno avrebbero interesse a sottolineare che le divergenze tra Nord e Sud rischiano di sminuire fortemente il valore dell’occasione europea anche per il Nord.
Per non parlare delle conseguenze di una eventuale lacerazione dell’Italia. In questi caso, la cosiddetta Padania non sarebbe che una desolata periferia dell’Europa: il veneto starebbe alla Baviera come oggi la zona di Timoscioara sta al Veneto.
Luigi COMPAGNA – A proposito del “Partito del Sud”, e in generale della classe politica emersa nel Sud dopo la riforma regionale, voglio riprendere ciò che ti dicevo quando ti parlavo della riunione tenutasi a metà Luglio, alla presentazione del Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2009. La stessa Finocchiaro, di fronte ai discorsi di Bassolino e di Loiero era in difficoltà. Che discorso faceva Bassolino? perché ad un certo punto Bassolino diceva, io non voglio far polemiche, ma c’è il fatto che – ispirandomi al modello mitterrandiano, io avevo pensato ad un salario per tutti i disoccupati. Ma nessun governo, né di centro destra, né di centro sinistra mi ha sostenuto, e ancor meno cofinanziato.
A quel punto, è toccato al Ministro Fitto a far notare che – pur senza volersi ergere a difensore d’ufficio della continuità dell’azione di governo – l’atteggiamento di Roma di fronte all’iniziative di Sassolino era da considerarsi giustificato e corretto. Nella precisazione del ruolo dello Stato, questo giovane politico, che indubbiamente rappresenta una tradizione democristiana profondamente radicata nel Meridione, sembrava, di fronte a questi cacicchi, una reincarnazione di Giustino Fortunato.
D’altra parte, faccio a questo proposito un’ultima considerazione, perché è un aspetto del quale non abbiamo parlato. Dagli anni novanta in poi, questi poteri della democrazia territoriale, le nuove soggettualità di cui parla il sociologo de Rita, Sindaco, Presidente della Provincia e Presidente della Regione, vengono legittimati dall’elezione diretta dei vertici degli esecutivi. Questo dà loro una notevole forza. Solo che é una forza, non politica, ma rivendicativa, sindacale, ricattatoria etc. Non so se il Prof. Sacco sia presidenzialista o semi presidenzialista, o gaullista. Però concorderà con me che rende impossibile qualsiasi disegno presidenzialistico in Italia.
Giuseppe SACCO – Il Professore in questione è soprattutto per l’unità nazionale, e per le istituzioni che possano garantirla …
Luigi COMPAGNA – Oggi, un fenomeno analogo ci pone di fronte alla questione del cosiddetto “federalismo fiscale”. Ora, io ti dico che capisco le ragioni di chi lo propone; che il federalismo fiscale può anche essere un modo per far fronte al debito della sanità, che nel Mezzogiorno è diventato una voragine. Ma quello che temo è che il federalismo fiscale sia un modo per rendere definitive le deformazioni imposte alla Costituzione, e soprattutto per conservare questa cosa ridicola della presenza, nello spazio di 30 km quadrati, di tre esecutivi che rivendicano legittimazione popolare, che a me pare del tutto fasulla.
Prendiamo i casi più illustri. A Milano, la Moratti è stata certamente eletta a suffragio universale; ma si può dimenticare che ha vinto anche – e magari soprattutto – perché le elezioni si sono tenute la domenica nella quale Berlusconi ha trascinato con sé, a livello nazionale, una fortissima maggioranza degli elettori. Allo stesso modo, Alemanno ha ottenuto in Campidoglio una vittoria quasi inattesa, ed anche questa è dovuta alla capacità di Berlusconi di mobilitare l’elettorato, oltre che alla non credibilità di un ritorno di Rutelli.
Non ti nascondo perciò che, benché leale al centro destra, io sono personalmente molto preoccupato, per una situazione che questa improvvisata del Partito del Sud può solo rendere più ingarbugliata. Sono preoccupato perché noi il federalismo fiscale lo abbiamo approvato del tutto, e si farà. Mentre invece, pur essendo ormai trascorso un anno di legislatura, una norma di politica economica irrinunciabile, il cosìddetto “Piano casa”, è bloccato dal ricatto della Conferenza Stato Regioni.
Giuseppe SACCO – E quello sulla casa è un provvedimento molto importante, ai fini dell’uscita dalla crisi economica. Ed è bloccato dai grandi speculatori immobiliari, e da tutti quelli che approfittano, nel grande e nel piccolo, della scarsa forza dello Stato, della inefficacia della Giustizia nei confronti della corruzione.
Luigi COMPAGNA – Da tutto ciò discendono le ragioni per cui uno come me, che si è sempre definito un anti-federalista, deve oggi prendere atto di non poter non dirsi antiregionalista.
Da questo punto di vista, mutatis mutandis, non penso di avere sensibilità diverse da quelle che ha avuto mio padre nel suo arco di vita. Penso però che la tradizione più moderna del pensiero di gente come mio padre è paradossalmente quella più antica, quella risorgimentale, soprattutto quella di Benedetto Croce, di Giustino Fortunato, e assai più tardi di Rosario Romeo, anziché quella cosiddetta salveminiana, saraceniana, nittiana, proprio perché l’appannamento, il picconamento dello Stato ha reso francamente molto più aerei e fluttuanti quei discorsi che mettevano più l’accento sugli aspetti sociali della questione meridionale, anziché su quelli statuali,.
Giuseppe SACCO – E’ possible dire altre due cose su questa storia del Partito del Sud: qualcuno dice che il Partito del Sud costituisce una minaccia per il PdL e per Berlusconi.
Luigi COMPAGNA – ….. fortissima …..
Giuseppe SACCO – …. molto più forte del conflitto di interessi e molto più forte degli scandali, o delle pseudo-rivelazioni sul suo interesse per le donne giovani e belle. Non si può ipotizzare che ci sia una regia, anche a livello internazionale, e che questa regìa sia sempre la stessa? In definitiva, l’idea del Partito del Sud incontra echi favorevoli soprattutto in Sicilia, dove da almeno settant’anni sono politicamente attive forze strettamente collegate con una parte poco visibile, ma assai influente della società americana.
In America, e in generale negli ambienti più “occidentalisti”, Berlusconi non è visto con simpatia, per vari motivi: per aver risolto definitivamente le pendenze tra Italia e Libia , e soprattutto per il suo personale rapporto con Putin, dietro cui c’é la forte complementarità di interessi economici tra ENI e Gazprom; e quindi per la questione del gasodotto South Stream, cui si cerca a tutti i costi di contrapporre il cosiddetto Nabucco, progetto antieconomico, e da cui e l’Italia è totalmente tagliato fuori.
Luigi COMPAGNA – Ti rispondo così: può darsi sullo sfondo, e non solo sullo sfondo, Berlusconi, più che per i suoi errori veri o presunti, possa pagare per i suoi eccessi di putinismo….
Giuseppe SACCO – Ma dietro il suo buon rapporto con Putin ci sono interessi che sono dell’Italia intera, esattamente come dietro gli eccellenti rapporti con Obama – che abbiamo visto all’Aquila come a Washington – c’è anche la formidabile strategia industriale concepita e messa in atto da Sergio Marchionne per salvare la Chrysler.
Luigi COMPAGNA – Non c’è dubbio! In particolare, il progetto Nabucco è una castroneria enorme. La mia sensazione è che Berlusconi sia in difficoltà nel governare politicamente questo fenomeno di ostilità in Occidente anche, e forse soprattutto, per una ragione politica: perché pur avendo potere autorità etc. non ha così chiare e forti quelle categorie etico-politiche che possiamo mettere sotto l’etichetta dello “occidentalismo”. E per quanto riguarda in particolare la questione di cui abbiamo parlato oggi, cioè quel che riguarda i rapporti tra il Nord e il Sud del paese, non ha veramente stampato a lettere di fuoco nella mente il fatto che il Mezzogiorno sta – e non può stare che – nell’Occidente.
Giuseppe SACCO - Sull’ipotesi di un pseudo-meridionalismo visto come di “opposizione al Nord”, come una sorta di “terzomondismo interno”, vorrei ricordare l’articolo con cui si apriva il primo numero di “Nord e Sud”, la rivista diretta da tuo padre. In quell’articolo, Ugo La Malfa faceva un esplicito riferimento alla “unicità” della arretratezza meridionale. I “paesi sottosviluppati”, come si diceva allora, vogliono rafforzare la loro economia per contrapporre la propria civiltà a quella dell’Occidente. Il Sud dell’Italia, al contrario, non ha una sua specificità culturale, civile e politica diversa da quella dell’Europa, e delle regioni che dell’odierna condizione europea ed occidentale condividono vantaggi e benefici. Il Sud dell’Italia vuole svilupparsi per essere pienamente italiano, europeo, ed occidentale.
Luigi COMPAGNA – Berlusconi, a mio avviso, non avverte con sufficiente chiarezza l’idea-forza dello Stato Nazionale risorgimentale. Finisce così per essere tentato da alcuni luoghi comuni da sempre correnti nella società italiana, ed andare un pochino all’inseguimento di taluni umori e sentimenti del suo proprio pubblico. Perché il berlusconismo è questo: il senso della platea, e la capacità di entrare in sintonia con essa. E si spiega così il vibrare all’unisono con l’Indro Montanelli cui egli offrì il “Giornale”, e poi con quello che potremmo chiamare il “feltrismo”. Non va infatti dimenticato che il picconamento delle istituzioni, e la successiva dissoluzione del sistema politico italiano sono avvenuti con gli applausi di Indro Montanelli, e di un’area di opinione che egli in parte influenzava, ma di cui in gran parte rifletteva gli umori.
Giuseppe SACCO – Berlusconi è dunque, nella tua visione, indebolito dalla sua insufficiente sensibilità ai grandi temi politico culturali che hanno presieduto al Risorgimento ed alla grande ricostruzione postbellica dell’Italia ormai repubblicana. Ma non ci si può nascondere che egli si trova anche dinnanzi a pericoli obiettivi, ad ipotesi politiche che vanno nel senso esattamente opposto alla tradizione risorgimentale e repubblicana: l’ipotesi di un accordo di potere tra quel che rimane della sinistra, ormai ridotta ad una sorta di “lega appenninica” che può controllare – o esercitare un forte influenza in – tre regioni, e la Lega, che si trova in analoga posizione in tre o quattro nella Pianura padana.
L’Italia si trova di fronte al pericolo che, dando un’interpretazione estensiva del cosiddetto federalismo fiscale”, ciò porti ad una spartizione di fatto dell’Italia “ricca” e del suo gettito fiscale tra la sinistra e la Lega, che abbandonerebbe lo Stato centrale ed il Sud al proprio destino. E poiché, inevitabilmente, un tale accordo passerebbe, per prima cosa, attraverso la eliminazione politica di Berlusconi, la sua posizione finisce per essere strettamente collegata al mantenimento di una effettiva unità della Nazione. Non so se Berlusconi se ne renda pienamente conto, o almeno se se ne rendesse conto nel momento in cui ha rinunciato a far tenere il referendum sul premio di maggioranza lo stesso giorno delle elezioni europee; cioè quando ha rinunciato ad un’occasione che gli offriva la possibilità di ridurre drasticamente il potere della Lega.
Luigi COMPAGNA - Ti rispondo così: ciò è nelle cose. Questa corrispondenza di amorosi sensi tra la sinistra e la Lega è scritta ormai nel DNA di queste forze politiche..
Giuseppe SACCO – Questo significherebbe che questa spartizione dell’Italia e delle sue risorse può essere solo procrastinata, ma che, a medio termine, essa è inevitabile. E che ci dobbiamo incominciare ad abituare all’idea di una situazione in cui, gettata alle ortiche l’unità fiscale dello Stato, le risorse collettive rimarranno nelle regioni più ricche, e saranno gestite da governicchi regionali in un’ottica puramente e meschinamente locale.
Luigi COMPAGNA - Lasciami però fare un piccolo flash back su un punto che può altrimenti apparire una contraddizione.
Parliamo della Lega. La Lega nasce su un risentimento legittimo, motivato, ma espresso in forma animalesca. Il leghismo originario, che io ho conosciuto io nel Parlamento del ’92, era un movimento di picchiatori fascisti. Il peggiore di tutti era Gianfranco Miglio, il cui pensiero costante era del tipo “speriamo che muoia il soldato settentrionale in Afghanistan”, oppure il soldato di Bergamo inviato in Sicilia. Che andava cioè alla ricerca del pretesto che potesse scatenare le “camice verdi”
Bisogna tuttavia ammettere che, per merito della sua leadership politica, la Lega è andata progressivamente migliorando nei suoi quadri. La Lega è oggi un piccolo partito di moderno leninismo, nel senso che ha un piccolo nucleo che è preposto alla politica nazionale, mentre gli altri fanno le legislature, poi fanno gli amministratori della loro provincia o della loro città. Perché ti dicevo prima che questa convergenza tra sinistra e Lega è nelle cose? Perché non c’è solo l’intesa favorita dalla distribuzione territoriale dell’elettorato. C’è anche il fatto che la sinistra, nella storia d’Italia, è da sempre su una posizione in cui le autonomia passano avanti allo stato.
Giuseppe SACCO – …tradizionalmente ….
Luigi COMPAGNA – Tradizionalmente. Certo! Gerardo Chiaramonte quella notte ammetteva che per loro lo Stato Risorgimentale, o è – per così dire – gramsciano, cioè è uno Stato cui i Comunisti detengono l’egemonia, oppure non è buono. Per noi lo Stato Risorgimentale ha sempre lo stesso valore etico-politico, sia che sia al governo Giolitti, sia che vi sia Nitti. Naturalmente, poi al nostro interno possiamo avere posizioni politiche e giudizi storici differenti; posiamo avere Spadolini che è giolittiano e Rosario Romeo anti-giolittiano, ma sono differenziazioni secondarie nel quadro di una stessa visione etico-istituzianale.
La situazione attuale delle autonomie, e la sua stessa tradizione, rendono perciò la sinistra molto più forte nel gioco delle alleanze di potere. E non ho purtroppo l’impressione che Berlusconi sia in grado di capire che il PdL deve – per questo motivo – essere il partito dei limiti del regionalismo, delle correzioni alle autonomie. E soprattutto può e deve esserlo nei momenti in cui è politicamente e parlamentarmente più forte, come adesso. Che, contemporaneamente alle concessioni fatte a Bossi in materia di federalismo, e alle riforme dettate dalla visione liberale dell’economia, egli deve condurre un’opera di recupero e di dinamizzazione delle strutture dello Stato nazionale, che potranno cominciare – per riprendere l’esempio fatto prima – dalla restaurazione del Provveditorato agli studi restaurato, ma che debbono andare molto, ma molto più in là.