“La Nord Corea venne cancellata dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo meno di un anno fa, adesso si parla, dopo il test nucleare, di ripristinare il controllo sulle navi e di un possibile reinserimento nella famigerata lista. Cosa c’entra il terrorismo internazionale? I metodi terroristici sono tradizionalmente avversati da tutti i Paesi socialisti”. A parlare è Flavio Pettinari, delegato ufficiale per l’Italia della Kfa, la Korean friendship association, un ente con iscritti in circa cento Paesi, registrato in Spagna e riconosciuto da Pyongyang, che si sobbarca il non facile compito di promuovere scambi culturali e commerciali tra il regime di Kim Jong Il e il resto del pianeta.
“Facciamo il possibile per migliorare la conoscenza della Nord Corea nel mondo – spiega il 32enne di Fermo – In Italia stiamo muovendo i primi passi per scambi tra università dei due Paesi. Inoltre forniamo supporto a tutti quelli che ne vogliono sapere di più, a cominciare dai laureandi”. Infine c’è il capitolo viaggi, quello più delicato e importante quando si parla di un Paese pressoché impenetrabile. “La Kfa li organizza spesso perché rappresentano il modo più concreto e diretto per conoscere la Repubblica Popolare di Corea”, dice Pettinari. E assicura: “Si tratta di visite che poco hanno a che fare con i classici percorsi turistici”.
La stretta delle Nazioni unite sul regime nord-coreano riguarda soprattutto il presunto traffico navale di armi. Tema che al delegato italiano Kfa sembra “un vecchio pezzo di repertorio, tirato fuori per giustificare le nuove minacce di sanzioni”. Eppure non è facile giustificare la presa di posizione di Cina e Russia, storici alleati della Corea del Nord oggi talmente perplessi per l’atteggiamento di Pyongyang da decidere di appoggiare l’ultima risoluzione Onu. “È vero, e la risposta nord-coreana è stata dura verso l’intero Consiglio di sicurezza – replica Pettinari – Tuttavia, considerare il missile vettore che ha messo in orbita il satellite Kwangmyongsong-2 come un razzo a lunga gittata sembra una forzatura ad hoc per rispolverare la precedente risoluzione. Si vorrebbe vietare ai coreani di avere in orbita dei satelliti per scopi pacifici e di ricerca, e adesso si vorrebbe impedire loro di sviluppare il nucleare, mentre altri Paesi, e si tratta di Paesi considerati a rischio, stanno facendo i loro comodi. È paradossale – aggiunge – che la quasi totalità degli oltre 2mila test nucleari finora effettuati sia stata condotta dai membri del Consiglio di sicurezza, e che gli stessi poi vogliano vietare ad altri di sviluppare questa tecnologia. Io sono avverso al nucleare per uso civile e soprattutto militare. E credo che la denuclearizzazione della penisola di Koryo sia un elemento chiave anche per la riunificazione del Paese: ma i passi in questo senso vanno compiuti insieme, da Pyongyang, da Seul e anche da Washington, data la massiccia presenza militare statunitense in Corea del Sud”.
Tra diffidenze da Guerra Fredda e aspirazioni all’unità, il rapporto con i “fratelli” dell’altra Corea è il vero tasto dolente. “Il riavvicinamento – spiega Pettinari – dipende, in questo momento, prima di tutto dal governo di Seul, in quanto è stata la presidenza Lee ad allontanarsi dallo spirito e dagli impegni concreti della Dichiarazione Congiunta Nord Sud del 15 Giugno 2000. Lee Myoung Bak è sempre stato contrario alla Sunshine Policy (la politica di dialogo “del sole splendente” avviata nel 1998 da Kim Dae Jung, ndr) e il suo incarico come capo di Stato ha fatto precipitare la situazione. Il governo della Rpdc alza la voce poiché è stanco delle provocazioni che provengono dal Sud e poiché non vede dalla nuova amministrazione Usa nessun miglioramento nei rapporti rispetto all’era Bush. È paradossale chiedere ai nord-coreani di smantellare anche il nucleare civile, mentre il Sud della penisola ospita decine di testate”.
Eppure di recente i rapporti con l’Occidente si erano fatti via via più distesi, sembrava ormai imboccata la strada della denuclearizzazione e della collaborazione fattiva, con episodi importanti come quello della nave Taehongdan. Pettinari conferma: “Sì, così come ci furono in precedenza altri atti concreti di distensione: penso alla storica visita della Albright a Pyongyang durante l’amministrazione Clinton e a tutta l’era della Sunshine Policy, persino durante gli anni di Bush. Purtroppo con l’elezione di Lee a Seul sono a mano a mano venute a mancare le basi per procedere sulla via tracciata dai predecessori Kim Dae Jung e Roh Moo Hyun. Sulle responsabilità di Bush e di Lee si potrebbe discutere a lungo. Meno noto è l’atteggiamento di Lee verso Pyongyang: purtroppo ogni volta che si accendono i riflettori dell’informazione sulla Corea, o per il satellite o per i test nucleari, non si parla mai del contesto. Tuttavia, il governo sud-coreano commette continue provocazioni ai danni del Nord. Se si vuole tornare al tavolo a sei dei negoziati, le parti in causa spingano anche Seul al rispetto dei patti presi dal 2000 in poi. Solo in questo modo ci saranno discussioni alla pari e i risultati non tarderanno”.
Dietro la cortina delle opposte propagande e degli equilibri geopolitici, si consumano i drammi di milioni di persone. Tra le tante tragedie che colpiscono la Penisola di Koryo, ce n’è una che ha tutto il sapore della Guerra Fredda, quella delle famiglie dilaniate dai mancati ricongiungimenti. “È il tema principale nella contrapposizione Nord-Sud. I predecessori di Lee, nonostante l’ingombrante peso politico di Bush, portarono avanti quanto stabilito nella Dichiarazione Congiunta, che aveva proprio i ricongiungimenti familiari come tema centrale. La riunificazione della Penisola, anche soltanto in forma federata, e la denuclearizzazione della stessa sono un desiderio di tutti i coreani”.
Nel lavoro della Kfa all’aspetto culturale si affianca quello economico, che fa capo all’Ikbc (International korean business center), una sorta di costola dell’associazione. Pettinari in persona si preoccupa di preparare il terreno alle missioni di imprenditori, circa 5-6 l’anno, che partono alla volta di Pyongyang. “Sono delegazioni internazionali – rivela – e spesso ne fanno parte anche cittadini statunitensi”. Naturalmente lo spazio di manovra per la libera impresa è nullo considerando che il sistema nord-coreano è totalmente collettivizzato. Tuttavia non manca l’interesse per gli investimenti stranieri (regolati da un apposita legge del 1992) sotto forma di joint ventures con le compagnie statali nord-coreane. La Rpdc non fornisce dati ufficiali, eppure il Dipartimento statistico della Banca centrale della Corea del Sud prova a stimare ciò che accade aldilà del 38esimo parallelo: le cifre parlano di un Pil 2007 pari a circa 20miliardi di dollari, che avrebbe fatto segnare una leggera flessione sia nel 2006 sia l’anno successivo dopo un periodo di timida crescita dall’inizio del decennio. Il Pil è un parametro improprio per le economie pianificate, ma secondo l’agenzia sudcoreana Yonhap il volume degli scambi di Pyongyang con l’estero, Sud Corea esclusa, ha raggiunto nel 2008 il livello record di 3,8miliardi di dollari. Pettinari conferma: “Sono stato in Corea lo scorso ottobre. L’impressione è quella di un Paese che ha ripreso la via dello sviluppo. La capitale è tutto un cantiere. Nei negozi, oltre ai prodotti che fanno parte della distribuzione socialista, si trovano piccoli elettrodomestici e beni di consumo”. Restano in piedi il grave problema della carenza alimentare e quello della mancata autosufficienza energetica. I black-out sono frequenti e nelle campagne la trazione animale resta fondamentale. “Sì, ma non esistono i villaggi Potemkin a uso e consumo dei turisti – chiude Pettinari – Anzi, invito chiunque a visitare la Rpdc per averne conoscenza diretta”.