Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero, a cura di Andrea Carteny (Ricercatore confermato in Storia dell'Europa orientale - "Sapienza" Università di Roma), analizza il tema dell'unità europea alla luce della persistente crisi economica.
La rivoluzione arancione un anno dopo
di Valerio Fabbri
UCRAINA -
Quando a settembre 2005 Yushenko ha licenziato Yulia Tymoshenko e il suo gabinetto, le accuse di corruzione che il sogno arancione di un anno prima aveva promesso di eliminare erano ormai svanite. Successivamente, la donna che il Maidan chiamò a gran voce al ruolo di primo ministro puntò i piedi in parlamento (Rada) e fece sudare il nuovo governo voluto dal presidente, che dovette chiedere i voti decisivi al rivale di un anno prima, Yanukhovich. Delegittimazione piena, con gli ucraini che iniziano a storcere la bocca per questo flirt poco ortodosso. Poi arriva lo schiaffo da Mosca, con il rialzo del prezzo del gas, che attraverso un giro strano di transazioni arriva a raddoppiare e pesare sulle tasche della gente. Non solo la crisi di fine anno porta sotto i riflettori l’importanza dei rifornimenti gasiferi russi attraverso l’Ucraina, ma evidenzia anche le incertezze interne di Kiev: il presidente, secondo accordi firmati proprio durante i giorni della piazza, è costretto a cedere al parlamento importanti poteri decisionali a partire dal primo gennaio, e queste ultime elezioni, per la prima volta, decidono la maggioranza nella Rada che dovrà indicare il primo ministro, non più di nomina presidenziale.
I gruppi arancioni, Pora! (È ora!), il cuore e l’anima della gente che scese in piazza, Nasha Ukraina (Nostra Ucraina), il partito di riferimento del presidente, e il Blocco Yulia Tymoshenko (BYuTy, che sfrutta l’assonanza con l’inglese beauty per esaltare ancora di più il carisma di Yulia), corrono da soli certificando la divisione e divergenza di idee che ha accompagnato e tormentato governo. A poco serve che ora si continui a parlare della coalizione arancione, l’unità che c’era stata nelle piazze a fine 2004 è solo un ricordo. E a beneficiarne è Yanukhovich, quello che era stato l’uomo nero e il candidato di Mosca, che involontariamente aveva dato inizio alla rivoluzione. Dietro questo fallimento ci sono molte ragioni, e i segnali di rottura si sono iniziati a vedere già sei mesi dopo l’insediamento del nuovo governo. Che la Tymoshekno e Yushenko non si amassero era chiaro: in comune hanno solo le radici nell’est del paese e nemmeno la lingua, che la bionda Yulia ha iniziato a praticare solo da una manciata d’anni. Lui è un ex banchiere entrato in politica tardi, ha fatto il primo ministro proprio con Kuchma e poi ha lottato per prenderne il posto; è un moderato che non ha certo nella retorica la sua arma migliore, ma le stimmate da martire guadagnate con il misterioso avvelenamento lo hanno aiutato ad entrare nel cuore della gente come una persona onesta che ha lottato per la patria. Yulia invece è l’opposto: con un passato ai vertici dell’industria energetica, è sempre piaciuta alla gente, ha parlato la loro lingua e ha promesso di rivedere le privatizzazioni degli anni ’90, ha detto che il nuovo contratto con la Russia non doveva essere firmato, piuttosto che l’Europa stesse al freddo come Kiev. Per il bene dell’Ucraina, hanno sempre dichiarato entrambi, avevano unito le forze, e forse lo faranno ancora. Ma saranno solo problemi. Come detto, dopo sei mesi emergono le prime divergenze, che erano solo sotteranee: Yushenko appoggia l’idea di rinazionalizzare il colosso metallurgico Kryvorizhtal, la Tymoshenko si spinge oltre e consegna al presidente una lista lunghissima di imprese da rimettere sotto esame. Tymoshenko vorrebbe punire uno per uno Kuchma e i suoi protetti che si sono arricchiti con le privatizzazioni, mentre Yushenko sa che questa strada non è praticabile e sceglie la moderazione. Intanto la coalizione scricchiola, Pora rimane ai margini, e la gente inizia a fare i conti con il ristagno dell’economia. L’instabilità infatti non rassicura gli investitori, nè ne attrae di nuovi, la crescita scende a livelli bassissimi dopo un buon periodo e l’ingresso nella Wto si allontana come una terra promessa sempre più sfocata. Salari pubblici e pensioni poi non migliorano, come invece aveva promesso il governo arancione.
L’accelerazione in negativo arriva proprio con l’aumento dei prezzi del gas e il paragone con la Bielorussia, dove la stabilità economica è resa possibile anche dai sussidi indiretti con il bassissimo prezzo del gas. La gente normale, infatti, non si scalfisce più di tanto quando viene fatto notare che a Minsk non c’è la democrazia: la risposta più gettonata è che con quella non si mangia, e se il governo che ha portato una vera libertà di stampa ha diminuito la stabilità economica, beh, tanto vale ridurre l’una per migliorare l’altra, come se le due cose fossero inversamente proporzionali. È su questa lacuna che Yanukhovich ha avuto buon gioco, resuscitando dalle ceneri di una carriera politica che sembrava fosse arrivata al capolinea. A differenza della Tymoshenko, Yushenko ha perduto credibilità agli occhi di molti elettori per il suo eccessivo entusiasmo verso gli Stati Uniti in cambio di poco o niente; qui la Nato è ancora percepita come un potenziale nemico, soprattutto dalle generazioni di mezzo e adulta. Se proprio si deve guardare a Occidente, l’Europa è più vicina anche se ha tradito alcune aspettative. I commenti sul presidente sono stati sempre molto netti. Davanti alla Commissione Elettorale, i giovani dei Verdi, che non si sono assicurati alcun deputato nella Rada per non aver superato la soglia del 3%, sono in sciopero della fame da undici giorni per protestare contro un accordo che il presidente ha firmato con Washington per portare a Chornobyl i rifiuti nucleari americani in cambio di un gruzzolo di soldi. Maksim, giovane leader dei temerari che sfidano fame e freddo, ha detto che almeno si aspettano di essere ascoltati. E fra i due ex alleati, se proprio dovesse scegliere, sceglierebbe la Tymoshenko, perchè per lo meno fa il bene dell’Ucraina. Così hanno pensato tanti altri elettori, che hanno preferito votare per lei o per Yanukhovich. Yushenko ha pagato caro molte incertezze, con la sola giustificazione che in un anno di governo mantenere tutte le promesse è impossibile. Il prezzo più alto, per queste elezioni troppo vicine alla rivoluzione arancione.
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