Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero, a cura di Andrea Carteny (Ricercatore confermato in Storia dell'Europa orientale - "Sapienza" Università di Roma), analizza il tema dell'unità europea alla luce della persistente crisi economica.
Le accuse di omicidio soffocate dal gas
di Valerio Fabbri
RUSSIA -
L’omicidio della giornalista Anna Politkovskaja, freddata nell’ascensore del suo appartamento, è stato un pessimo regalo di compleanno per Putin che ora avrà quest’ombra inquietante ad accompagnarlo nella due giorni tedesca a Dresda e Monaco di Baviera. Il viaggio d’affari del presidente-oligarca non è stato rovinato da un omicidio che ha fatto molto rumore tanto in Russia quanto in Occidente, allo stesso modo di come la carneficina cecena non ha mai fermato il dialogo. Il rischio di trasformare in martire la Politkovskaja potrebbe invitare alla prudenza il Cremlino: lo stesso Putin ha dichiarato, sia pure con ritardo, che vuole trovare i colpevoli. Le sue parole, di fronte a un episodio così tragico, sono sembrati più che mai il messaggio forzato di un burocrate costretto a recitare questo ruolo. Amici, colleghi e simpatizzanti della giornalista hanno pochi dubbi sulle ragioni dell’omicidio: la sanguinaria leadership del Cremlino, che lei non ha mai mancato di denunciare, ha deciso che la misura era colma e dunque era meglio mettere a tacere questa giornalista libera e indipendente.
Avrebbe dovuto pubblicare un reportage che avrebbe messo a nudo sulla Novaya Gazeta le torture che si consumano in Cecenia, documentando le sue denunce con foto che poi hanno perso il valore quando sono apparse. Era un talento indomito di coraggio e determinazione, talvolta complessa, ma sempre documentata e in prima linea. Aveva compiuto oltre cinquanta viaggi in territorio ceceno, si consumava le scarpe per parlare con i guerriglieri e con le truppe federali, ma anche con le mamme o le mogli, e questo le aveva guadagnato tanta simpatia fra la gente che quella guerra la subisce o la combatte a malavoglia.
Putin, che deve il suo iniziale successo d’opinione come primo ministro dal pugno di ferro nella seconda guerra cecena (1998-), era per lei la reincarnazione dei peggiori demoni del periodo sovietico nel secondo millennio. Il viaggio tedesco di Putin è servito a sgonfiare il caso, la critica interna è stata smorzata sin da subito, e il secondo, pesante omicidio in meno di un mese a Mosca, dopo quello del banchiere centrale Andrei Kozlov a metà settembre, andrà a far numero. Solo una macchia sul vertice russo-tedesco, e una figura pessima dell’occidente diviso, morbido e fin troppo assetato di energia. Nonostante le continue prese di distanza dal Cremlino, la Merkel non ha potuto che proseguire sulla strada tracciata dal suo predecessore e continuare a rilanciare l’asse Mosca-Berlino in campo economico. Il ministro degli esteri del Bundestag ha rilasciato qualche dichiarazione che lo zar di Russia si è scrollato di dosso come fossero briciole. Ironia della sorte, l’ennesimo appuntamento in scioltezza per la diplomazia presidenziale russa è avvenuto proprio nella città dove Putin ha iniziato la sua carriera di vertice nel Kgb. Tornando agli affari, il consorzio Nord Stream, come è stato ribattezzato il progetto della North European Gas Pipeline siglato e presieduto da Gerard Schröder, sembra intenzionato a portarsi dentro un altro partner europeo per sgonfiare le critiche dell’Ue sull’opportunità della realizzazione. Come noto, la nuova pipeline dovrebbe tagliare fuori i paesi baltici e la Polonia, riottosi vicini che continuano a temere e diffidare di Mosca. Gazprom, il gigante statale russo, e le tedesche Basf e Eon stanno portando avanti trattative con l’olandese Gasunie per inserirla nell’affare, così da contenere le critiche ad un progetto cui sono legati buona parte dei destini energetici del continente. Da sola, questa pipeline dovrebbe coprire il 10 per cento del fabbisogno di gas europeo a partire dal 2012, collegando l’Europa direttamente alla Siberia.
Mentre la Commissione europea gli ha dato assoluta priorità per lo sviluppo delle infrastrutture, solo la Svezia ha sollevato dubbi sull’impatto ambientale che avrà. È difficile però che si abbia un altro caso Sakhalin II. L’affinità dei due grandi paesi non finisce qui. Nell’ottavo vertice annuale russo-tedesco di metà aprile a Tomsk, sede di molti impianti dell’industria energetica del paese, la cancelliere tedesca ha viaggiato con nove ministri del suo governo e i pesi massimi dell’economia del paese (Basf, Siemens, Deutsche Bank, Commerzbank), per sottolineare l’importanza dell’evento. Anche i tedeschi in fondo credono che Germania e Russia siano destinate ad avere relazioni strette. La nuova cancelliere vorrebbe sottrarre il paese all’abbraccio fin troppo caloroso di Putin con Schröder. Durante le elezioni Bielorusse, la Merkel non ha perso occasione di spendere parole a favore del candidato dell’opposizione Milinkievich, e criticando Lukhashenko, cioè il Cremlino. Eppure è servito a poco, a Mosca hanno in testa gli affari prima di tutto per rilanciare la Russia sulla scena globale, perciò nessuno si è offeso e si è badato al sodo. Come, con buone probabilità, accadrà nell’appuntamento dei prossimi giorni, fra Dresda e la Baviera. Tra gli argomenti sul tavolo delle trattative dunque, ancora una volta, ci sarà il discorso energetico, si studierà come renderlo più digeribile all’Ue e all’opinione pubblica, ma non si innesterà la marcia indietro. La Merkel, come più in generale Bruxelles, non può certo permettersi di isolare Mosca, ammesso che ce ne siano la forza e la volontà, ma questo ennesimo omicidio non può passare sotto silenzio. Il processo democratico non può e non deve tornare indietro, ma rischia di avvitarsi su se stesso e impaludarsi se procede con questi strappi.
Come ha scritto l’Economist, non è più un azzardo tornare a parlare di fascismo per descrivere la Russia putiniana. Sembra passata una vita dalle provocazioni georgiane con l’arresto e il rilascio a Tbilisi di quattro presunte spie russe, un episodio troppo spesso sottovalutato. Il terreno dell’indipendenza e dell’autonomia è fin troppo delicato quando si parla di Russia, eppure non è una forzatura dire che il futuro dell’area caucasica (Cecenia, Abkhazia, Ossezia del Nord e Ossezia del Sud, Daghestan) dipende anche da quello del Kossovo, mettendo in moto una reazione a catena che poi sarebbe difficile da contenere. Le cancellerie occidentali sottovalutano il peso di questa disputa. La Georgia è l’unica alternativa alla Russia per il trasporto del gas dall’Asia centrale verso l’Europa (gasdotto Baku-Ceyhan), una soluzione che comunque scalfirebbe solo in parte il predominio energetico di Mosca nell’Europa centro-orientale. Oltre ai grandi paesi come l’Italia stessa e la Germania, ormai anche stati come l’Ungheria e l’Austria firmano contratti bilaterali per assicurarsi i rifornimenti russi, e se ne infischiano di dare spazio ad una politica comune energetica per l’Europa, peraltro lontanissima. La deriva autoritaristica ormai è innegabile, così come la risposta fiacca dell’occidente. Questa situazione di instabilità e potenza sembra essere creata ad arte dagli strateghi del Cremlino, che si apprestano a vivere un biennio elettorale dove potranno presentare un candidato affidabile per mettere ordine, o conservarlo, dopo aver fatto prendere un grande spavento a tutti. Se questa è solo fantapolitica, il problema è che tanto le minacce antidemocratiche quanto la necessità europea di gas sono fatti concreti, e nessuno po’ né vuole correre il rischio di vedere se dietro le carte che Putin ha in mano c’è un bluff.
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