Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero, a cura di Andrea Carteny (Ricercatore confermato in Storia dell'Europa orientale - "Sapienza" Università di Roma), analizza il tema dell'unità europea alla luce della persistente crisi economica.
Realtà e finzione dell'opposizione russa
di Marco Giuli
RUSSIA -
Lo scorso 14 aprile l’opinione pubblica mondiale, o perlomeno quella più attenta ai fatti russi, è stata scossa dal massiccio intervento degli Omon – i reparti antisommossa del Ministero dell’Interno russo – per la dispersione di una manifestazione nella centralissima piazza Puškin di Mosca. In molti hanno gridato allarmati alla deriva autoritaria del regime di Putin, sconcertati per la spropositata reazione di fronte ad una dimostrazione pacifica che aveva registrato, peraltro, una partecipazione decisamente modesta. Per capire cosa si sta muovendo nel paese a meno di un anno dalle prossime elezioni presidenziali che decreteranno chi sarà chiamato a succedere a Putin, occorre innanzitutto comprendere quali sono le peculiarità dell’opposizione locale, la sua visione politica e l’influenza esercitata sulla società civile, cercando di demistificare letture occidentali semplicistiche e dipendenti da categorie politiche del tutto inapplicabili al panorama politico post-sovietico.
Per prima cosa occorre analizzare l’anatomia del movimento che ha dato vita alla suddetta manifestazione. Il movimento Altra Russia è stato fondato dal campione di scacchi Garrj Kasparov, da tempo impegnato in una decisa campagna contro il regime, tanto costosa quanto poco seguita, grazie anche alla sistematica opera di oscuramento da parte di un apparato mediatico sempre più controllato dal Cremlino. Basata su principi “liberali”, la campagna di Kasparov ha finito paradossalmente con l’attirare il consenso di parte della cosiddetta astensione fisiologica: elettori scontenti ma sostanzialmente conservatori se non addirittura nostalgici, scarsamente interessati alla democrazia, primi fra tutti i pensionati. A dare man forte a Kasparov è intervenuto il Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limonov, scrittore di successo dal percorso politico decisamente interessante: Limonov, come Putin, appartiene alla generazione dei semdesjatniki, ossia coloro che hanno completato la loro formazione e il loro avviamento professionale durante gli anni ’70 della stagnazione brezneviana. Limonov ama per questo presentarsi come la perfetta antitesi del presidente: mentre Putin si avviava verso la carriera di funzionario del Kgb, ossequiente alle gerarchie del sistema e ostinatamente patriottico, seppur poco amante dell’ideologia ufficiale e consapevole della spirale decadente di un regime irriformabile, Limonov sceglieva la strada dell’esilio negli Stati Uniti avvicinandosi al mondo delle sottoculture suburbane della fine di quella irrequieta decade e al movimento punk americano. Tornato in Russia dopo il collasso dell’Urss, Limonov fonda il movimento nazional-bolscevico, unendo retorica sociale comunista, estetica nazista e tematiche caratterizzanti il movimento punk quali il nichilismo, la morte delle ideologie, la carenza di prospettive e l’alienazione delle periferie. Accolto con una certa simpatia da molti giovani sradicati e radicalizzati della nuova Russia, il nazional-bolscevismo non ha comunque mai avuto la pretesa di essere un vero movimento di opposizione, preferendo le provocazioni culturali alla proposta politica.
Spiegato il contesto, si possono trarre diverse conclusioni: la prima è che la manifestazione del 14 aprile non contiene i prodromi di una nuova rivoluzione arancione come in molti hanno sperato in Occidente. L’esperienza di Altra Russia sembra già finita, e non avrebbe potuto essere altrimenti data la sua natura spontanea, improvvisata, eterogenea e priva di sostegno internazionale. Appare poi grottesco il sostegno a posteriori offerto a Kasparov dall’oligarca in esilio Boris Berezovskij, nemico giurato di Putin che in un’intervista al Guardian nei giorni caldi ha addirittura annunciato l’imminente preparazione di un colpo di stato contro il presidente. L’anello di congiunzione fra Berezovskij e Kasparov sarebbe l’ex premier Michail Kas’janov, legato a quel che resta della “Famiglia” di el’ciniana memoria e per questo particolarmente inviso all’opinione pubblica. La vera natura dell’opposizione russa non può dunque essere ricondotta a questa protesta improvvisata e provocatoria, artificiosamente strumentalizzata da personaggi come Berezovskij e Kas’janov. Le elezioni del 2008 probabilmente non vedranno sorgere alcuna novità, né nei partiti e né nei candidati. Ormai dagli anni ’90 la loro proposta sembra sempre più asfittica e sclerotizzata, legata ancora a leader “storici” lontani tanto dalla società civile quanto dall’Occidente. I comunisti di Zjuganov, l’estrema destra di _57;irinovskij, i partiti liberali Jabloko e Sps sembrano preoccupare assai poco Putin e i politeknologi vicini a Edinaja Rossija, ormai diventato il vero e proprio “partito del potere”, pura e semplice macchina elettorale senza alcuna impalcatura ideologica al servizio di chi occupa i corridoi del Cremlino. In questo contesto l’Occidente farebbe bene, prima di gioire e gridare alla rivoluzione ad ogni sparuta dimostrazione di piazza, a comprendere che la Russia non può essere trattata come un “qualsiasi” paese in transizione e che intervenire in modo massiccio sulla sua politica interna, al contrario di quanto accaduto in Serbia nel 2000, in Georgia nel 2003 e in Ucraina nel 2004, è pressoché impossibile. In altre parole, chi comanda a Mosca si decide a Mosca.
Nel corso dei sette anni della presidenza Putin la società russa appare profondamente cambiata, principalmente grazie agli effetti dell’esuberante crescita economica e della stabilizzazione politica, che ha assicurato al regime il consenso di una popolazione stanca di cambiamenti drastici e rivoluzionari. Ciò che sembra invece costante e irrimediabilmente lontano dai nostri modelli è uno spettro politico che rimane dominato da un’élite in grado di occuparne tutti gli spazi, di essere contemporaneamente a sinistra, al centro e a destra e in nessuna di queste categorie. La Russia è oggi una tecnocrazia dominata da un complesso oligarchico ristretto, economicamente potente e militarmente attrezzato, fondato su legami informali fra vertici dei servizi di sicurezza e grande business i cui interessi vengono composti, plasmati e catalizzati dal Cremlino. Il consenso si basa su una forma di controllo fondata sulla smobilitazione e sulla depoliticizzazione di una società civile più ricca ma sempre più atomizzata e franta. La società “normalizzata” da Putin e dal suo entourage, come molte società post-comuniste, considera la conflittualità pericolosa e destabilizzante, una minaccia da evitare anziché un’opportunità di cambiamento come nelle nostre democrazie dell’alternanza, cresciute nella conflittualità politica e sociale mentre in Unione Sovietica il comunismo eliminava il conflitto in nome di un organicismo funzionale tipicamente totalitario. La forza della nuova tecnocrazia e del nuovo capitalismo russo è proprio, paradossalmente, l’eredità culturale lasciata dalla stagnazione brezneviana nella generazione oggi ai vertici della politica e dell’economia del paese, quella dei semdesjatniki. Insomma, è necessario che l’Occidente comprenda che la strada per la democrazia in Russia non passa per l’alternanza o per l’influenza esterna, ma per un ricambio generazionale ancora lontano.
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