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Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero, a cura di Andrea Carteny (Ricercatore confermato in Storia dell'Europa orientale - "Sapienza" Università di Roma), analizza il tema dell'unità europea alla luce della persistente crisi economica. 

 

La battaglia delle emissioni, tra Roma e Bruxelles
di Francesco Tajani
UE - Da tempo l’Unione europea ha assunto la leadership globale dell’impegno ambientale. Ai suoi albori, l’allora Comunità Economica non dimostrava interesse per la salvaguardia ambientale, concentrando i propri sforzi sulla creazione di un mercato interno libero e concorrenziale. Dall’Atto unico in poi, attraverso le varie modifiche apportate al trattato originario, l’ambiente è divenuto parte integrante della politica comunitaria, coerentemente con gli articoli 174 e seguenti del testo attualmente in vigore. Negli ultimi anni, addirittura, la conservazione ambientale si è dimostrata uno dei settori privilegiati di intervento da parte comunitaria. Bruxelles utilizza copiosamente tutti gli strumenti a sua disposizione, sia di natura giuridicamente vincolante, come regolamenti e direttive, sia puramente orientativa, nel caso di raccomandazioni e pareri.

Priorità attuale, contrastare il cambiamento climatico in atto. L’Ue ed i suoi membri hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, impegnandosi ad una riduzione delle emissioni, in media, vicina al 6,5% rispetto ai livelli del 1990. Gli organi comunitari però sono andati oltre, sulla scia del protagonismo ecologista di alcuni governi: hanno infatti stabilito tagli alle emissioni ben più drastici e a lungo termine di quelli decisi nel vertice nipponico del 1997. Se il Protocollo deve trovare attuazione entro il 2012, le misure approvate dal Consiglio europeo del gennaio 2007 impongono obiettivi per il lontano 2020. Riduzione delle emissioni climalteranti pari al 20%, e contestuali aumenti di efficienza energetica ed apporto delle rinnovabili in egual proporzione. Si tratta del pacchetto presto ribattezzato 20+20+20, oggi pomo della discordia tra il nuovo esecutivo italiano e la Commissione europea. Nel vertice del Consiglio tenutosi la scorsa settimana Roma ha dato la stura alle critiche verso un modello di salvaguardia ambientale che non terrebbe conto dei costi, ingenti e forse insostenibili, destinati a ricadere sulle spalle delle imprese. Queste ultime, per bocca dei leader della Confindustria nostrana, hanno spalleggiato il governo bollando le misure come draconiane. Tutto ha inizio con una guerra di cifre, molto nebulose, contenute in rapporto della Commissione sui gravami economici a carico di ogni paese. Da Roma, vari ministri sostengono che il sacrificio, per il sistema paese, ammonterà ad un ragguardevole 1,11% del Pil. Da Bruxelles, il responsabile per l’ambiente Stavros Dimas indica un più contenuto 0,66%. In realtà entrambe le previsioni sono annoverate nel documento della Commissione.

La seconda e meno raggelante ipotesi contempla però sia l’utilizzo del CDM (meccanismo di sviluppo pulito) che consente di guadagnare quote di emissioni da spendere sul mercato interno realizzando impianti ad energia “verde” nei paesi in via di sviluppo, sia la reimmissione nell’economia nazionale dei proventi delle aste volte ad allocare i permessi di emissione. Questi ultimi sono oggetto di serrata contesa. Da una parte, coloro che sostengono la distribuzione gratuita alle imprese operanti nei settori coinvolti; dall’altra, i corifei dell’assegnazione a chi è disposto a sborsare di più. Si può contrattare direttamente o affidarsi al sistema borsistico. Le aste consentono di stabilire un prezzo per le emissioni, ponendo le imprese dinanzi alla scelta tra l’acquisto delle quote, l’innovazione tecnologica e la delocalizzazione della produzione. Tale scenario è quello che più terrorizza i governo ostili a politiche ambientali eccessivamente stringenti: il rischio che le imprese, impaurite dai costi prospettati, spostino le attività produttive laddove le normative in materia consentono spazi di manovra più ampi. Il fenomeno prende il nome di carbon leakage. Paesi a forte vocazione manifatturiera come il nostro non potrebbero resistere all’impatto di tali dinamiche, nelle parole degli esponenti del governo Berlusconi e del premier stesso. Nella sua crociata pro-imprese, Roma è sostenuta da alcuni paesi di recente ingresso nel club europeo, che le anacronistiche tecnologie impiegate nella produzione relegano al ruolo di grandi inquinatori. La Francia, presidente di turno dell’Ue, guida invece il fronte degli inflessibili. Sarkozy aveva fatto dell’ambiente uno dei leitmotiv della sua campagna elettorale, ed ora si dimostra ben consapevole delle opportunità che un’Europa verde potrebbe garantire al suo paese. Vendere tecnologia nucleare ad emissioni zero è un buon affare. Almeno quanto diffondere gli ultimi ritrovati nel campo delle rinnovabili, secondo gli auspici di Frau Merkel. Ecco perché la riduzione delle emissioni sta diventando un gioco di lobby.

I tradizionali componenti del comparto industriale premono per misure meno rigide, che non limino i margini di profitto, incalzando i governi con lo spettro di una delocalizzazione foriera di disoccupazione galoppante. Quanti sono impegnati nei settori dell’innovazione tecnologica, del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili sperano invece che le decisioni concertate a Bruxelles diano nuovo impulso ai loro business: in effetti, gli obiettivi di lungo termine, magari conditi da sgravi fiscali ed altri incentivi, favoriscono gli investimenti e li rendono meno volatili. In assenza di un quadro normativo comunitario e nazionale che garantisca certezza ai potenziali investitori, questi non sono disposti a correre rischi eccessivi. Le decisioni sono state procrastinate a dicembre, per ora fervono i preparativi diplomatici sottotraccia, con l’Italia alla ricerca di alleati. Il ministro Prestigiacomo ha negato che l’esecutivo sia pronto a porre il veto alle misure, ma il braccio di ferro si preannuncia combattuto. Barroso, presidente della Commissione, lascia intendere che, mentre sugli obiettivi non può esservi negoziato, sui mezzi per raggiungerli è possibile dialogare. Appuntamento a dicembre, dunque, per sapere se l’Europa saprà trovare la via maestra per preservare, congiuntamente, la qualità dell’ambiente ed i posti di lavoro.





30.10.2008


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